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Il medico Riccardo Ristori: «I soldi non c’interessano, lottiamo per le tutele»

Il medico Riccardo Ristori: «I soldi non c’interessano, lottiamo per le tutele»

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cecina. «Con i colleghi in convenzione stiamo portando avanti una battaglia che avevamo già tentato senza successo, da precari, anni fa: non è una battaglia economica, che ci interessa relativamente. È una questione di tutele, di gravidanza, di malattie, di infortuni». Così Riccardo Ristori, uno dei medici del pronto soccorso di Cecina, non è dipendente dell’Asl ma “in prestito” volontario all’ospedale come convenzionato del 118.

«Non entro nella questione sindacale, non è il mio campo – prosegue –. Dico però che tutti noi abbiamo proposte di lavoro dalla medicina privata, con stipendi interessanti, ma nessuno ha mai accettato perché non è strettamente una questione di soldi. Una collega ha rinunciato ad essere medico di famiglia perché in pronto soccorso è considerata un riferimento per i pazienti. Questo è un lavoro che facciamo con tutti noi stessi». Tra le questioni aperte c’è quella delle tutele. «Il guaio è che noi siamo lasciati soli. Qualche anno fa una collega si è licenziata: fece ricoverare un uomo che purtroppo il giorno dopo morì. Nonostante il suo corretto comportamento ci fu una causa, lei dovette pagarsi 5. 000 euro di avvocato. Ma cose così ne succedono tante, tra denunce e morti siamo lasciati da soli. E non c’è un percorso che preveda una sorta di riabilitazione al burn out, allo stress. Questo vale anche per i dipendenti, siamo tutti messi male, ma mentre i dipendenti hanno scelto questo, a noi c’hanno buttato lì dentro».

Vi siete dovuti “rispecializzare”...

«Veniamo tutti dal 118 con una preparazione mirata alla terapia nel breve periodo, ci siamo trovati a fare pronto soccorso e osservazione breve intensiva, ci siamo dovuti preparare, abbiamo imparato bene – tanto che Cecina rimane sotto il 13% dei ricoveri – perché riusciamo ad avere un rapporto ottimo con la popolazione. Siamo delle belle colonne per quest’ospedale».

Il dg dell’Asl ha parlato di interruzione di pubblico servizio di fronte alla vostra decisione di lasciare il pronto soccorso...

«Sarebbe interruzione di pubblico servizio se non ci presentiamo al 118».

Il rapporto che avete instaurato aumenta il peso della vostra responsabilità: davvero lunedì prossimo non vi presenterete in ospedale?

«No. Credo che di nessuno di noi si sentirà di portare una leva emotiva così forte da non presentarsi in pronto soccorso. Non metteremo in pericolo la popolazione».

Dunque?

«Il senso di responsabilità prevarrà: senza di noi che cosa fanno? Chiudono l’osservazione breve intensiva, mettono un medico solo la notte? Diventa pericoloso».

È una rinuncia alla vostra battaglia?

«Sono convinto che i sindacati troveranno una soluzione. Altrimenti perderemo. Però una cosa voglio dirla: ci sono rimasto male perché nessuno si è fatto sentire. Ma come, hai un gruppo di persone difficile da trovare e le tratti così? Vieni nella fanghiglia a vedere come si sta qui dentro, parla con la truppa». —

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