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Una chitarra, 16 anni e un sogno in testa: vivere con la musica
Piombino, Kevin Vannucci ha mille interessi e una grande passione. Suona, canta e di recente si è messo in luce al Cantagiro
PIOMBINO. «Ho sempre pensato che la gioia suprema della chitarra stia nel suo essere una voce, un veicolo per esprimere emozioni, per ogni bambino, di qualsiasi età, che la prende tra le mani. Siamo ancora tutti ragazzi con una chitarra in mano, e ha poco senso discutere su “chi è il migliore”» (Brian May).
C’è chi ragazzo lo è davvero, con tanto di carta d’identità alla mano, e una passione nata ancor prima di leggere. È fortunato perché non invecchierà mai, con la chitarra fra le mani e un pezzo da suonare. È nato a Piombino 16 anni fa e si chiama Kevin Vannucci. Fa la terza liceo artistico con indirizzo grafico e frequenta la scuola di musica Woodstock di Gianni Nepi. Canto e chitarra. Meglio chitarra che canto. Almeno a sentir lui, ipercritico verso se stesso come un autore navigato. Anzi, di più.
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In realtà chi l’ha sentito suonare almeno una volta parla di talento innato, così puro e istintivo, e capace, da far invidia a chi sulle spalle ha molte più primavere delle sue. Perché si può imparare. Col tempo e il sacrificio, ma c’è chi si permette di avere quel qualcosa in più che a molti manca, e che mai avranno. Quell’attitudine a muovere le corde così come un gabbiano apre e chiude le ali.
È bello a vedersi, affascina e fa sentire, magari solo per un attimo, inadeguati e, allo stesso tempo, desiderosi di essere alla stessa altezza.
Il ragazzo sta raccogliendo premi e riconoscimenti, come nel caso del Cantagiro. Nella manifestazione canora itinerante, in occasione della finale regionale, Vannucci con il brano “Balla” (scritto e arrangiato da lui) ha ricevuto il premio come miglior inedito, che gli permetterà di partecipare alle semifinali del Cantagiro previste a Fiuggi alla fine del mese.
Kevin, quando hai iniziato a suonare la chitarra?
«A 5 anni e mezzo».
A cantare?
«3 anni fa. La mia insegnante alla Woodstock è Alice Bertoncini, mentre per la chitarra è suo marito Francesco Sozzi».
Com’è che hai iniziato?
«Quando babbo mi ha fatto ascoltare “Smoke on the water”. Lì ho preso la chitarra. All’inizio classica, però il mio obiettivo era quella elettrica. Adesso faccio anche l’acustica avendo iniziato anche canto, per fare serate».
Hai un gruppo?
«No, non ho un gruppo. Ogni tanto facciamo laboratori alla Woodstock».
E in futuro come ti vedi?
«Sempre da solo, sempre canto e suono. E scrivo quello che faccio».
A chi ti ispiri?
«Dipende dal genere. Se devo suonare e basta mi ispiro a Joe Satriani, perché ho la chitarra elettrica. Se invece devo fare canzoni cantautorali, quindi chitarra e voce, mi ispiro a Ed Sheeran».
Sei contento dei successi che stai riscuotendo, in ultima battuta il riconoscimento per il miglior inedito al Cantagiro?
«Contentissimo. Non me l’aspettavo, ma uno chiaramente ci spera sempre».
In cosa sei più bravo? Canto o chitarra?
«Oh, suono meglio! ».
Vabbè, te la cavi anche a cantare.
«Uhm. Nì. Devo decisamente migliorare».
I tuoi genitori sono appassionati di musica?
«Sì. Di arte in generale. E anch’io non faccio solo musica, ma anche teatro e arte, appunto. Anche in questo caso tutto in famiglia, con Daniele Gargano e Lucia Fabiani. Poi judo. Anche quello iniziato a 5 anni. Prima a Piombino, poi a Cecina, Grosseto, mi sono rotto la tibia. Poi sono andato a Follonica, e di nuovo a Piombino».
Un sacco di passioni, ma riesci ad andare bene anche a scuola. A tal proposito, continuerai a studiare dopo le superiori?
«Sì. Voglio fare l’università. L’idea è di andare a Milano, facoltà di grafica. Ma anche eventualmente architettura, o design di interni. Cose così. In ogni caso sono progetti da ruota di scorta, perché il sogno sarebbe riuscire a vivere di musica».
Giovanissimo, ma già cantautore.
«Sì. Su impulso di Sauro Scalzini della banda Galantara. A Natale facemmo un evento. Loro suonavano e noi, con Daniele Gargano, si mise su una specie di commedia. E facemmo un pezzo. Alla fine Sauro chiese di chi fosse. Risposi “Gianni Morandi” e lì arrivò la sgridata con tanto di esortazione a scrivermi da solo i brani da eseguire. Anzi, disse proprio di non volermi più vedere fin quando non avessi scritto un pezzo mio. Così ho fatto, ed è nato “Ci sei”. Gli piacque, e dopo quello ne ha fatto un altro, “La luna e il lupo”».
Sei figlio unico?
«Sì. Altrimenti poracci i miei a star dietro anche a un altro figlio».
Impegni futuri?
«Oltre a Fiuggi, alcune puntate televisive da registrare. Sono talent/concorsi».
Un programma fitto.
«Già, e proprio i miei genitori mi fanno un po’da manager (ride, ndc) ricordandomi gli appuntamenti. Io sono negato. Anzi, per l’intervista mi sono anche portato un foglio con tutti i nomi delle persone da ringraziare».
Come ti vedi fra qualche anno? Lo studio ok, ma il sogno è la musica?
«Sì, il sogno è la musica. Il sogno sono i grandi palchi, ma sono sogni che tanto finisce tutto».
Dai, hai 16 anni. Puoi sognare.
«Sì, è vero, ma non è che sono tutto questo granché».
Guardando le foto delle tue esibizioni, si vede un altro Kevin. Via gli occhiali e look più trasgressivo.
«Eh sì, si va in scena. Pochi giorni fa per un evento a Grosseto ero vestito rock. Pantaloni strappati, la maglia non esisteva. Avevo delle catene addosso e sopra una giacca leopardata. Tutta un’altra cosa da come sono normalmente».
Cosa provi quando sei sul palco?
«Difficile da dire. Metà pezzo lo faccio a occhi chiusi. Letteralmente per concentrarmi meglio. Più che altro la parte cantata dove mi sento molto meno sicuro. Ogni volta, comunque, è un’emozione diversa. Ho sempre paura di sbagliare con la voce, ma è una forte emozione».
Siamo alla fine. Tira fuori il foglietto con i nomi da ringraziare.
«Beh, prima di tutto Sauro Scalzini. Poi Francesco Sozzi, Alice Bertoncini che mi sopporta. Alessio Boni e Maurizio Morganti che mi hanno dato tanti consigli. Dal punto di vista teatrale Daniele Gargano e Lucia Fabiani; per l’aspetto dell’apparenza Pierluigi Galassi con il quale ho fatto un corso di fotografia. E, tornando alla musica, Rudj Ginanneschi. Son finiti, ce l’ho fatta». –
Francesca Lenzi
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