Italia
Nell’oasi di Mola ancora tanta plastica portata dalle correnti tra le specie protette
Nuova tappa per i volontari di Legambiente e Diversamente Marinai Un’altra operazione per ripulire dai rifiuti la delicata zona umida
il racconto
Dopo aver passato la notte al sicuro nella piccola baia di Barbarossa, Manu e Blue Moon, le due imbarcazioni sulle quali navigano le volontarie e i volontari di Vele Spiegate, hanno fatto rotta su Mola, una spiaggia che, insieme alla sua zona umida, è da sempre croce e delizia di Legambiente che, insieme a Diversamente Marinai, organizza l’iniziativa di pulizia delle spiagge e Citizen science nell’Arcipelago Toscano della quale Il Tirreno è media partner. E, nonostante le recenti pulizie primaverili organizzate dal Cigno Verde, neanche questa volta Mola delude i cacciatori di rifiuti. Come spiega uno dei giovanissimi volontari in maglietta gialla: «Per svolgere il nostro secondo beach litter, ci siamo divisi in cinque gruppi e abbiamo iniziato a setacciare la spiaggia trovando numerosi rifiuti, di cui la maggior parte era plastica. Dopo un’ora di monitoraggio e raccolta realizzato da 14 persone abbiamo cominciato a catalogare i differenti rifiuti su un’apposita tabella». Anche quelli raccolti a Mola andranno a rimpinguare la già consistente mole di dati su consistenza e tipologia di rifiuti che, alla fine dell’avventura di Vele Spiegate 2019, Legambiente fornirà al Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano (che sostiene l’iniziativa insieme a Novamont, Acqua dell’Elba, Traghetti Lines, Esa ed Esaom Cesa) e ai due patrocinatori scientifici dell’iniziativa: Enea e Università di Siena. E Mola potrebbe davvero essere un caso di studio: questa spiaggia sorvegliata all’imbocco dai due forti spagnoli di Focardo (Capoliveri) e San Giacomo (il carcere di Porto Azzurro) sembra essere una vera e propria calamita per i rifiuti che correnti, venti e onde spingono continuamente sui suoi bassi fondali fangosi e sui sassi della sua spiaggia assediata dalla vegetazione pioniera e dal canneto della zona umida di Mola dove, nonostante incendi, incuria e vandalismi, vivono ancora le gallinelle d’acqua e si fermano a riposare e pescare aironi, cavalieri d’Italia, garzette, guardabuoi, pivieri e innumerevoli specie di migratori. «La bella sorpresa – dice uno dei capi-campo – è stato vedere che questa volta non abbiamo trovato auto all’interno della zona umida (e qualcuno che sostava se ne è andato appena ci ha visto). Sembra che i cartelli di divieto del Parco comincino a funzionare». Ma ciò non toglie che in questa spiaggia divisa tra i Comuni di Capoliveri e Porto Azzurro la quantità di rifiuti che si trova ogni volta è impressionante e che anche la vecchia discarica costiera erosa dal mare continui a sputare ogni tipo di vecchie schifezze che risalgono fino all’inizio dell’era della plastica. Una situazione che, insieme al forte inquinamento organico da coliformi fecali ed Escherichia cli del fosso di Mola trovato ogni anno puntualmente dai tecnici di Goletta Verde, compromette fortemente la salute di quello che dovrebbe essere un gioiello verde della biodiversità. Un degrado ambientale che un progetto di ripristino e valorizzazione della zona umida avviato dal Parco e dall’Università di Firenze puntano a risolvere. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
