Il Tirreno

la storia 

Il cuore si ferma per 15 minuti: salvato con una tecnica mai usata al mondo

Giulio Corsi LIVORNO.

Un elbano di 57 anni dichiarato morto si è ripreso senza danni neurologici. I medici livornesi presenteranno il caso a Berlino

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Il suo cuore ha smesso di battere per quindici minuti, 900 lunghissimi secondi in cui i medici, nella sala di emodinamica dell’ospedale di Livorno, hanno tentato tutte le terapie possibili per recuperare quel maledetto polso e far riavviare la circolazione sanguigna. Ma niente: il paziente, 57 anni, di Portoferraio, era praticamente morto. Un arresto cardiaco refrattario, come si dice tecnicamente quando il cuore non riparte dopo le manovre di rianimazione cardiopolmonare codificate dalla catena della sopravvivenza: angioplastica, farmaci inotropi e antiaritmici, adrenalina intracardiaca sparata a dosaggi elevati e somministrata ripetutamente.

L’équipe di turno al padiglione 15, però, formata da un cardiologo e due rianimatori, ha voluto tentare l’ultima carta, un tiro da metà campo a fil di sirena per usare una metafora cestistica: la somministrazione diretta, all’interno delle coronarie, di un farmaco generalmente utilizzato per via endovenosa nello scompenso cardiaco, il Levosimendan, commercializzato col nome Simdax. Una procedura che mai, in tutto il mondo, era stata eseguita e di cui non esistono casi nella letteratura scientifica, ma soltanto sperimentazioni su ratti e maiali. Dopo neanche 20 secondi, come in un miracolo, il cuore del 57enne ha ricominciato a battere.

«Ci siamo guardati negli occhi e la prima cosa che ci è venuta da dire è stata boia de», racconta Baldassarre Ferro, medico della Rianimazione, in sala insieme alla collega Rossella Tofani e al cardiologo emodinamista Gabriele Borelli. Sono stati proprio Ferro e Borelli a decidere di utilizzare il Levosimendan. Il rianimatore ha suggerito i dosaggi, il cardiologo ha effettuato la somministrazione attraverso il catetere. «Siamo riusciti a riavere il polso, la procedura è stata completata e abbiamo potuto trasferire il paziente in terapia intensiva», continua Ferro.

In inglese si parla di resuscitation, che in linguaggio scientifico si traduce con rianimazione ma che dà anche l’idea di una vera e propria resurrezione. «Il paziente poteva essere dichiarato morto - spiega Borelli -. Spesso i protocolli convenzionali ci autorizzerebbero ad arrestare le manovre rianimatorie dopo molti meno sforzi rispetto a quelli che realmente facciamo, ma noi tutti i giorni lottiamo all’inverosimile, anche inventando metodologie diverse da quelle convenzionali. L’intesa fra cardiologo interventista ed anestesista é essenziale in queste situazioni di confine tra la vita e la morte: in questo caso la decisione di tentare una mossa estrema e fuori da ogni linea guida é nata condivisa e generata dalla ragionevole speranza che non fosse ancora arrivato il momento di accettare la fine per quel 57enne». La caparbietà ha dato ragione a rianimatori e cardiologo: il paziente non solo è sopravvissuto, ma tre settimane dopo l’evento è uscito dall’ospedale senza alcun danno neurologico, nonostante quel quarto d’ora in cui l’ossigeno non è arrivato al cervello e oggi - dopo tre mesi di riabilitazione cardiologica effettuata a Volterra - è tornato a svolgere il suo lavoro di operatore del turismo all’isola d’Elba. L’episodio potrebbe aprire una nuova strada nella cura dell’arresto cardiaco refrattario. E non a caso Baldassarre Ferro lo presenterà al Congresso Europeo di Terapia Intensiva a Berlino a settembre, dopo aver avuto l’avallo della comunità scientifica. «Non si può dire che questa metodologia farmacologica sarà il futuro, ma intanto qui ha funzionato e io oggi posso stringere la mano a quell’uomo - dice Ferro -. Il fatto di aver messo in atto questa procedura per la prima volta nel mondo a Livorno è un motivo di orgoglio: alla Società Europea di Terapia Intensiva non vengono mai accettati case report, casi singoli, solitamente vengono presi in considerazione una serie di casi. Il nostro invece è stato accettato: potrebbe avere un’azione insieme all'adrenalina, insieme a defibrillazione precoce per il trattamento dell'arresto cardiaco». —



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