Sicurezza
Guai dal meteo e troppe spese per i produttori di pomodori
Gli operatori si lamentano: «Il prezzo di vendita è basso Corriamo molti rischi, serve un introito minimo garantito»
PIOMBINO. A contraddistinguere i campi del territorio non è solo il violetto del carciofo. Ettari di Val di Cornia, infatti, in estate si colorano di rosso, accogliendo anche colture i cui prodotti sono in gran parte destinati alla lavorazione di fabbrica. Ma la quantità di superficie coltivata a pomodoro da industria, nel tempo, è diminuita. In provincia di Livorno, secondo i dati della Confederazione italiana agricoltori (Cia), dal 2012 al 2017 il numero di ettari coltivati è sceso del 14%. Complici anche cattive annate dal punto di vista climatico, con conseguente minor resa del terreno, molti agricoltori hanno deciso di coltivarne meno. Anche perché, dicono, «il rischio è alto, così come lo sono i costi di produzione. Il prezzo di vendita, invece, è incerto fino alla fine. Si sa quanto si spende, insomma, ma non c’è alcuna sicurezza sul guadagno».. Per cercare una soluzione in grado di risollevare il settore si sono tenuti diversi incontri tra produttori, associazioni di categoria e imprenditori che hanno portato alla creazione di un tavolo a Firenze e alla stesura di una proposta di legge regionale basata sull’erogazione di contributi economici alle imprese agricole di pomodoro da industria. Tra gli agricoltori del territorio c’è chi considera la misura necessaria, ma non sufficiente, e chi, d’altra parte, ritiene che i coltivatori siano spesso trattati «come l’ultima ruota del carro. Non c’è abbastanza attenzione verso di noi, quando invece costituiamo la spina dorsale del settore». Il Tirreno ha parlato con alcuni di loro, raccogliendo impressioni e pareri alla vigilia della produzione e nel contesto di una nuova regolamentazione. Massimo Chiavaroli, ad esempio, ha un’azienda alle Caldanelle e quest’anno ha destinato 40 ettari di terreno alla coltivazione del pomodoro da industria. «Tempo fa gli ettari erano 60 – racconta –. Poi abbiamo deciso di diminuire perché, essendosi verificate pessime annate, il rischio era troppo alto». «Lo scorso anno mettere a coltura un ettaro a pomodoro da industria costava circa 7.200 euro. Un investimento iniziale cospicuo, questo, che non si traduce in guadagno certo», dice Sandro Barsotti titolare di un’azienda agricola nel comune di Campiglia Marittima. «Dopo il dramma delle passate stagioni, nel 2019 l’annata è partita di nuovo male – aggiunge Chiavaroli –. A causa del meteo siamo in ritardo di circa un mese con i trapianti». All’incertezza relativa alla resa delle colture si aggiunge quella legata al prezzo di vendita del prodotto. «Al nord Italia è stato fissato a 86 euro a tonnellata, mentre al sud a oltre 90 – continua Barsotti –, in Toscana ancora non è stato stabilito (normalmente si attesta su una cifra intermedia tra il prezzo del nord e quello del sud ndr). Petti offre circa 90 euro (esattamente 92 euro a tonnellata), ma non mi sembra una cifra remunerativa». Ci sono agricoltori, ad esempio, che hanno più appezzamenti di terreno situati in Val di Cornia «e in questi casi i costi di produzione crescono – racconta Andrea Coppola – . Nella determinazione del prezzo, insomma, bisogna tener conto delle specificità territoriali». «Io credo, d’altra parte, che sarebbe necessario stabilire un prezzo minimo garantito, anche perché con l’attuale sistema corriamo rischi enormi», conclude Fabrizio Meini, che ha un’azienda a Casalappi.
Intanto la Regione ha approvato una proposta di legge relativa a «interventi urgenti per favorire il rilancio di alcuni comparti agricoli penalizzati dall’andamento climatico con cui sono state stanziate risorse per finanziare opere rivolte alle filiere del pomodoro da industria, delle ciliegie e dell’apicoltura». Prevista l’attivazione di un microcredito, da un minimo di 10mila a un massimo di 20mila euro per impresa. –
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