Sicurezza
Danni gravissimi per porto, fabbriche e interi quartieri
Allo stabilimento lva la prima laminazione avvenne nel gennaio del 1946 ma il ritorno alla piena attività si ebbe nel 1951 con la riaccensione dell’Afo 1
La città ebbe, per effetto dei bombardamenti angloamericani, 142 caduti tra la popolazione civile.
Secondo le stime fatte dagli organi tecnici del Comune di Piombino, all’agosto del 1947 risultavano distrutti o comunque resi inservibili 934 locali di abitazione, mentre 2429 erano danneggiati più o meno gravemente; in quella stessa data i locali ricostruiti o riparati assommavano a 6394.
Le zone e i quartieri cittadini maggiormente colpiti furono la Cittadella, la zona compresa tra via Garibaldi e via del Fossato, la zona della Ferriera, le borgate operaie di Cotone e Poggetto e le località Tolla e Chiassatello.
Gli stabilimenti industriali, motore dell’economia cittadina, subirono danni enormi, in particolar modo lo stabilimento Ilva.
Alle distruzioni dei bombardamenti aerei si sommavano le asportazioni di macchinari e parti di ricambio attuate dai tedeschi sin dal novembre 1943. Una parte di questi materiali fu rintracciata, a guerra finita, nella zona di Linz e recuperata.
La volontà di rinascita era però fortissima e, già il 2 gennaio 1946, venne effettuata la prima laminazione al “treno 850” .
Un mese dopo fu rimesso in attività il primo forno Martin seguito, nel giro di pochi mesi, dagli altri due. A settembre riprendeva la laminazione con il “treno 320”, facendo raggiungere allo stabilimento una produzione di 60000 tonnellate di acciaio, un terzo di quella registrata nel 1940.
Il ritorno alla piena attività si ebbe però soltanto il 20 gennaio 1951 quando – sia pur tra innumerevoli difficoltà– venne riacceso l’Altoforno numero 1.
Il porto di Piombino, dal settembre 1943 al giugno 1944, subì danni gravissimi.
Secondo i dati del ministero dei Lavori pubblici nel bacino portuale furono rinvenuti ben 113 relitti di ogni genere per un totale di circa 13500 tonnellate di stazza lorda complessiva.
Di questi, 53 rendevano assai difficile il ripristino di moli e banchine mentre 60 ostacolavano e rendevano pericolosa la navigazione.
Undici unità vennero recuperate dalla Marina militare, 59 da personale del ministero dei Lavori pubblici (Servizio escavazione porti) e 38 da parte di privati.
Nel 1953 vi erano ancora cinque scafi in corso di recupero o ancora da recuperare.
Dal punto di vista infrastrutturale, le spese sostenute dall’amministrazione dello Stato per la ricostruzione del porto di Piombino ammontarono a oltre 120 milioni di lire dell’epoca, di cui oltre 94 per le opere foranee e le calate, gravemente danneggiate per oltre il 70%.
(Ripreso dall’articolo “Bombe su Piombino” di Gianpiero Vaccaro, edito su” Storia Militare” , 1 novembre 2018). —
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