Sicurezza
Giuseppe D’Onofrio, il cavaliere visionario che comprò una pozza e inventò il Calidario
Il patron delle terme è arrivato da ragazzo da Fontanarosa (Avellino) sperando di lavorare alla Acciaierie di Piombino, ma per lui il destino aveva altri programmi: «Per tutta la vita ho seguito la via dell’acqua, è stata la mia fortuna»
VENTURINA. Quella che vogliamo raccontarvi è una storia a lieto fine, fatta di cadute e ripartenze, di un uomo con la volontà di ferro che non si arrese mai. È la storia di un uomo del Sud che in anni lontani del secolo passato, lascia Fontanarosa – paesino dell’Avellinese – e arriva in Val di Cornia con in valigia il sogno di un lavoro alle acciaierie. Approda in questo spicchio di Toscana insieme a padre, madre, tre fratelli e due sorelle: una famiglia di meridionali (allora chiamati terroni) in cerca di fortuna.
Neppure il tempo di ambientarsi e il sogno si infrange: la siderurgia è in crisi, le fabbriche licenziano invece di assumere. Ma è proprio da una delusione che ha inizio il riscatto di Giuseppe D’Onofrio, per tutti “il pazzeriello”, “a capa tosta”, uno che, fin da piccolo, quando si metteva in testa un traguardo andava fino in fondo a muso duro. Un sognatore con i piedi per terra che, a tornare indietro a mani vuote non ci pensa proprio e che, fabbrica o no, trova di che dare dignità e pane a se stesso e alla famiglia. Oggi il cavaliere della Repubblica Giuseppe (insignito dell’onorificenza il 2 giugno 1996), Joseph per gli amici (nome che si è attribuito in segno di rinascita dopo il risveglio dal coma dovuto a un’emorragia cerebrale), ha 85 anni ed è presidente onorario della società “Calidario Terme Etrusche” di Venturina Terme (di cui a tutto diritto è l’inventore), anche se da tempo, da quando i medici gli hanno consigliato di pensare un po’ di più a se stesso, ha passato il bastone del comando ai figli Massimo e Luca.
Oggi D’Onofrio senior – occhi ancora vispi e curiosi e tanti capelli castani, di cui va fiero («ci metto una crema speciale ma non li tingo», assicura), osserva con orgoglio la crescita della sua oasi di turismo e benessere. Si gode la compagnia della moglie Francesca Crapisi (siciliana, arrivata a Suvereto, in seguito all’acquisto da parte del padre di un podere dell’ente Maremma), sempre al suo fianco, complice e consigliera. Ma anche l’affetto e la stima dei quattro figli e dei sette nipoti, che di quel nonno combattivo vanno molto fieri. E, soprattutto, dopo anni in cui non ha avuto altra ricchezza che la forza onesta delle proprie braccia e lo sguardo di chi sa vedere il domani, vive la sua vecchiaia in pace, consapevole di aver fatto la scelta giusta.
Una storia la sua, che molti oggi non ricordano, o fanno finta di non ricordare, forse per non ammettere di aver sbagliato a sorriderne. Ce la racconta?
«Quando il sogno della fabbrica restò solo un sogno e in famiglia dovevamo rimboccarci le maniche per portare il pane a casa, ho lavorato come cavatore, grazie alla mia esperienza di scalpellino fatta da ragazzino a Fontanarosa. Poi, su suggerimento di un certo Marliani, che ha avuto fiducia in me e mi ha aiutato, ho acquistato una cava a Bagnarello di Suvereto, coinvolgendo nell’impresa anche i miei fratelli. Estrarre marmo però era faticoso, così ho deciso di aprire una fabbrica per la sua lavorazione. Ma occorreva un grande spazio e molta acqua».
Scoprì dunque il Bottaccio.
«Fu un amico a indicarmi una vecchia cartiera, alla periferia di Venturina, con acqua calda che proveniva da una pozza, dove qualcuno ci faceva addirittura il bagno. Era brutta, piena di fango, nessuno avrebbe versato un quattrino per comprarla».
Nessuno. Tranne Giuseppe D’Onofrio.
«Proprio così. Tutti allora mi presero per pazzo e anche mia moglie, dopo avermi sempre appoggiato, incominciò a contrastarmi».
Verso il Bottaccio c’erano strane credenze.
«Sì. Dicevano che il fondo non avesse fine, che fosse composto da sabbie mobili: un luogo stregato».
Lei però non ci credeva.
«No. Ero sicuro di essere nel giusto. Lasciai la lavorazione del marmo ai miei fratelli, che hanno continuato nel tempo; vendetti un terreno per 18 milioni e investii tutto nella pozza, dopo aver convinto i proprietari a lasciarmela per 15, cercando con il resto di risanare il più possibile sia il Bottaccio che quanto c’era intorno».
Come ha fatto?
«Da militare - ero nei granatieri - avevo visto bonificare grandi fiumi con le draghe e pensai che avrei potuto farlo anch’io allo stesso modo. Chiamai l’allora sindaco Aldo Montomoli per comunicarglielo».
E lui?
«Mi disse: “Se riesci a bonificare il Bottaccio ti si dà una medaglia! ”».
C’è riuscito.
«Sì, ma la medaglia non me l’hanno data, anche perché cambiò l’amministrazione. Io però non mi persi d’animo e portai avanti i progetti: con le draghe avevo tirato fuori 30 mila metri cubi di fango, ma c’era sempre la terra e faceva più schifo di prima. Così andai a cercare la ghiaia da mettere sul fondo, per rendere l’acqua limpida, come adesso».
Dopo tanto lavoro ci fu un riscontro economico?
«Subito no. La gente non accettava di pagare un biglietto, per qualcosa che, fino ad allora, pur se in cattive condizioni, aveva avuto a disposizione gratuitamente. Ma io avevo creato un servizio, speso dei soldi... Mi ci volle un po’ per farlo capire. Poi, per fortuna, aprimmo il dancing con musica dal vivo e ristorante. Le cose iniziarono a funzionare. Con mia moglie lavoravamo fino a tardi, eravamo stanchi ma contenti, tanto che, a fine serata, trovavamo anche il tempo per ballare. Sempre insieme, convinti che quel Bottaccio, poi da me ribattezzato Calidario, ci avrebbe portato fortuna».
Lei adesso è toscano a tutti gli effetti, ma al suo paese torna ogni tanto?
«Certo! Là ho una casa e tutti gli anni ci vado almeno per un mese. Mi ossigeno. L’aria natia è una buona medicina».
Anche l’acqua però.
«Sicuramente! E poi, io sono di Fontanarosa, le cave le ho aperte a Bagnarello; ho vissuto per un periodo in zona Acquaviva di Suvereto, adesso abito a Venturina Terme vicino al Calidario. Per tutta la vita insomma ho seguito la via dell’acqua, che a quanto pare fa parte del mio destino!»
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