Lutto
75 anni fa al Falcone Casagrandi e Bartalini giustiziati dai tedeschi
G. pIERO VACCARO
Nelle prime ore del il 19 giugno 1944, 75 anni fa, una pattuglia della Wehrmacht, in perlustrazione al Bottaccio, fermò due operai: Mirko Casagrandi e Gino Bartalini. La linea telefonica che collegava il comando Dicat alla batteria del Semaforo, in mano alle forze armate tedesche, era interrotta e ai due, che stavano pescando qualcosa da portare a casa per le famiglie, furono trovati degli isolatori di ceramica. Sulla zona, poco prima, erano cadute alcune bombe.
Era in corso l’evacuazione dell’Elba, dove i soldati italiani e tedeschi combattevano strenuamente contro le truppe coloniali francesi, e si temeva da parte germanica uno sbarco imminente anche sulla costa piombinese. I nervi erano a fior di pelle, la situazione era critica.
I due si giustificarono, la situazione del resto non era chiara: non era certo neanche che l’interruzione fosse stata voluta intenzionalmente da qualcuno e non fosse stata piuttosto provocata dal bombardamento nemico. Il sottufficiale tedesco decise di portarli al suo comando, per accertamenti. Inconsapevolmente, aveva firmato la condanna a morte dei due.
Casagrandi e Gino Bartalini furono interrogati e, poco dopo, trasferiti a Punta Falcone. Si dice che la batteria del Semaforo non potè entrare in azione a causa dell’interruzione telefonica e che il comando tedesco, furioso, pretese una rappresaglia sui presunti colpevoli. Si dice che un capitano della marina tedesca cercò fino all’ultimo di evitare la fucilazione, avendo capito di trovarsi di fronte a due innocenti, ma che i suoi superiori furono irremovibili nel pretenderla.
Se ne dicono e se ne sono dette tante in questi 75 anni. Se ne sono scritte altrettante, più o meno in buona fede, su atti ufficiali e non. Poi è calato l’oblìo. Quel che è certo è che Mirko Casagrandi, 20 anni, e Gino Bartalini, 44 anni, in quello stesso pomeriggio di giugno di 75 anni fa furono spinti sull’orlo di uno dei tanti crateri che costellavano l’attuale parco di Punta Falcone e giustiziati. Coperti da poca terra, fu impedito ai familiari di recuperare i loro poveri corpi. Fu solo dopo sei giorni, in seguito al “passaggio del fronte” , che i loro cari potettero dare loro una degna sepoltura. Oggi riposano nel monumento ossario dedicato ai Caduti in guerra del nostro cimitero. —
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