Gioco
Giulio il ribelle e quel paradiso verde da dove lo sguardo arriva fino in Corsica
Il giovane imprenditore gestisce a San Vincenzo il Sal8, un bar agricolo nei terreni del Relais Poggio ai Santi: «Un luogo particolare non solo bar e non solo barbecue, ma un laboratorio di idee che sto sperimentando»
SAN VINCENZO. Quattro ettari di “giardino botanico”, campi coltivati a lavanda e rosmarino, un uliveto, strutture ricettive rispettose dell’ambiente, un ristorante, il Sal8, una piscina, le scuderie e un’azienda agricola biologica. Il tutto con lo sguardo volto alla Costa, l’isola d’Elba e, nei giorni limpidi, fino alla Corsica. L’isola felice a due passi da San Vincenzo, lungo la strada che va verso San Carlo è il Relais Poggio ai Santi, un paradiso naturale, frequentato da turisti di tutto il mondo. A farlo nascere e crescere Francesca Vierucci, tenace follonichese di origini aretine, che ha trasformato la casa di caccia della famiglia materna (i Bonucci) in impresa vincente, in una zona dove l’imprenditoria di qualità, nonostante le bellezze del territorio, fatica a crescere.
Ribelle, un po’ anarchico, instancabile viaggiatore, fantasioso, ma anche pragmatico, il figlio minore di Francesca, Giulio, sette anni fa all’interno di quel paradiso ha creato il suo “Sal8” (Salotto) slow wine bar– in cui prevale la stessa filosofia di rispetto per l’ambiente – da poco trasformato in Bar BQ agricolo. «Un luogo non solo bar e non solo barbecue, ma laboratorio di idee che sto sperimentando e che sembra funzionare bene», dice il giovane Neri mostrandoci la sua creatura, un angolo fra il verde dove si può gustare un aperitivo, una grigliata di carne, verdure fresche, affettati e formaggi, e dove i giovani, ma anche chi è più vanti con gli anni può passare qualche ora in totale relax.
Anche in lei – così come in sua madre e in suo fratello Francesco – che gestisce con babbo Marco il podere San Ottaviano di Monterotondo Marittimo, dove c’è un birrificio innovativo – vive un’anima imprenditoriale. E il Salotto è solo una delle iniziative che sta portando avanti.
«È una scommessa che sta dando i suoi frutti, anche se quando ho avuto l’idea non ero così sicuro dei risultati, così come lo era mamma, pur se mi ha lasciato fare dandomi fiducia».
Invece è andata bene.
«Non solo. Questo lavoro mi ha cambiato anche come persona. Prima ero più anonimo, mentre ora provo il piacere di essere riconosciuto, di avere l’immagine di uno che fa qualcosa di originale, di costruire. E non sono più il farfallone di un tempo. Vivo più calmo, più rilassato, più con la voglia di mettermi in gioco seriamente».
Con suo fratello Francesco, anche lui giovane imprenditore, che tipo di rapporto ha?
«Ci adoriamo. Ci completiamo l’un l’altro, forse perché siamo esattamente l’opposto. Anche da piccolo io sono sempre stato un ribelle, mentre Francesco, che ha quattro anni più di me, è tranquillissimo, tanto che mamma lo chiama Zen. Lui è più portato per la parte agricola di cui è appassionato, mentre io, pur amando la natura, non ho il rigore mattiniero del contadino. Francesco inoltre ha una grande fermezza che si percepisce a prima vista. Al contrario io sono quello che deve fare tutto e provare tutto».
Non avete mai pensato di lavorare insieme?
«Forse un’azienda in comune sarebbe stata un’operazione vincente. Ma ognuno ha preso la sua strada, anche se ci confrontiamo sempre e collaboriamo: la birra dei Neri che producono lui e babbo, per esempio, arriva puntualmente nel mio locale».
Un posto frequentato non solo dalla gente della zona, ma da molti turisti di passaggio, il suo Salotto...Se potesse scegliere fra tre personaggi impossibili chi vi inviterebbe?
«Senz’altro Barack Obama, una persona che ho sempre ammirato per le sue idee, così come ho ammirato e ammiro la moglie Michelle. Poi David Bowie che mi ha fatto crescere con la sua musica e, fra gli attori, Denzel Washington o Antony Hopkins».
Niente italiani?
«È più facile che gli italiani capitino qui senza invito. L’altra sera, per esempio, c’era Fabrizio Soleri, il “Freddo” di Romanzo criminale».
Lei ha studiato allo Ied (Istituto europeo di Roma) per diventare “fashion designer” e poi ha cambiato strada. Come mai?
«È impossibile abbandonare questi territori. Ma al mondo della moda sono ancora legato e ho tanti amici stilisti che frequento. Come Mirko Finale, stilista di Michel Korsm e Alessio Gesualdo, che lavora per Valentino».
Ha anche viaggiato moltissimo, partendo da piccolo, con la sua valigia e senza genitori.
«Sì, ma non è stata una scelta mia. Mi ci hanno mandato. A tredici anni sono stato in un college svizzero e a 15 due mesi in Nuova Zelanda, affidato a un preside che poi per un lutto improvviso si è dovuto allontanare.È andato tutto bene, anzi la cosa mi ha reso responsabile. Ma al mio ritorno ho detto ai miei che siccome avevo dimostrato di saper badare a me stesso, non volevo più controlli».
Che rapporti ha con il nostro territorio?
«Di grande amore. Più ci sto e più mi piace. Da piccino ero legato all’idea della città, ma adesso capisco che il lusso sta nelle piccole cose, nelle persone che ti conoscono e ti salutano, nel formaggiaio di zona che ti fa assaggiare il suo prodotto con orgoglio, nelle storie della gente che incontri ogni giorno».
È legato anche a Follonica, la città dei suoi genitori?
«Sì. Mi ci è voluto un po’ per amarla, perché gli anni dell’infanzia li ho trascorsi a San Vincenzo. Però poi a Follonica ho avuto le prime fidanzatine: scappavo per andarci, dicendo a mamma che ero da babbo e a babbo che ero da mamma. E adesso mi piace andarci, è una città più viva, più adatta ai giovani».
A proposito di giovani, oggi, a trentaquattro anni, qual è il suo primo comandamento?
«Quello di impormi la serenità, riuscendo a trovare un equilibrio, come fa la natura del luogo dove ho la fortuna di vivere». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
