Sicurezza
La bici, una passione che convive col pericolo
L’incidente mortale alle Fabbricciane ripropone il tema della sicurezza Mangiameli (Uisp): «Siamo visti con fastidio, serve più educazione stradale»
È sport, ma non solo. È anche un modo di essere, un modo di vivere. È questo che dicono gli amanti della bici quando chiedi loro di raccontare la passione per le due ruote. Un amore che non si dimentica dei pericoli sulla strada, ma semplicemente ci convive. A volte, però, la paura diventa reale, e sull’asfalto può capitare di cadere, di ferirsi, anche di morire. Com’è successo venerdì sulla Principessa, all’altezza delle Fabbricciane. Un incidente che ha coinvolto un’auto e due bici. Uno dei ciclisti, Antonio Manai è morto sul colpo. L’altro, Francesco Granella, è stato trasferito all’ospedale per le ferite. «Francesco lo conosco, è uno dei nostri – dice Silvia Mangiameli, 49 anni, segretario del Gruppo ciclistico Piombino Uisp – Per anni mi sono occupata di cicloturismo, sono anche membro della lega provinciale e territoriale, e giudice di gara. Mi occupo di ciclismo a 360 gradi. Uno degli aspetti che più mi preoccupa è la sicurezza, assente, purtroppo, anche in gara dove si fa fatica a tener ferme le auto».
Quanti ciclisti ci sono a Piombino?
«Sicuramente più di 100 – risponde Mangiameli – Senza contare quelli non tesserati. Piombino è un territorio che si presta, con grandi potenzialità nel turismo sportivo».
Uscite in gruppo o soli?
«Ciascuno ha il gruppetto di amici fisso, poi capita anche di uscire per società. Chi può fa anche 3-4 uscite a settimana, o più. Si parte da un minimo di 50 chilometri per arrivare a 150-200. Quando se ne fanno meno, si fanno in mountain bike, magari andata e ritorno da Baratti, che sono una ventina di km all’interno del bosco».
Capita di avere paura?
«Sì, molta. Intanto per uscire e rientrare a Piombino. Il Gagno è un punto pericoloso, perché c’è rischio di essere stretti. Altro punto caldo è all’altezza del Ciampi, e dopo il Penny fino a scollinare la salita. Lì c’è un buco per lo scolo dell’acqua, molto profondo. Piombino è piena di buche. Ecco, quando ci vedete spostati un po’ dal bordo strada è proprio perché la strada è sfatta».
È vero che siete considerati e un fastidio?
«Assolutamente sì. La bici non è vista come uno sport. Uno sport che si fa sulla strada. È l’unico modo di praticarlo. Il ciclista è considerato un fastidio che occupa una parte di strada riservata solo alle auto. Non si pensa nemmeno al ciclista che compra biciclette costose e tiene vivo un mercato che dà lavoro».
Cosa potete fare per correre meno rischi?
«Ogni volta usciamo di casa accettando il rischio. Le “scorrettezze” vengono fatte per tutelarsi, come quando si viaggia in gruppo, costringendo l’automobilista a rallentare. E comunque per sorpassare 40 ciclisti in fila indiana serve molto più tempo che superare il gruppo».
E gli automobilisti cosa possono fare?
« Basterebbe conoscere il codice della strada, pensando all’utente più debole. Come sopportano l’Ape che va a 20 all’ora, dovrebbero sopportare tre secondi il ciclista».
Ma più in generale si tratta di una cultura da cambiare?
«Sì, con l’educazione stradale nelle scuole. Puntiamo ai bambini, perché sull’adulto non ci si fa. Non è che manca il senso civico, manca proprio l’umanità a volte. Se vogliamo cambiare mentalità guardiamo ai più giovani. Mettiamoli in sella. Moltiplichiamo le giornate con la bici. È il nostro modo di vivere. Ci dà la possibilità di guardare il mondo. La bici ti fa dà vivere il territorio, non possiamo pensare di dover scappare dagli automobilisti». —
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