Sicurezza
Lo scienziato dell’infinitamente piccolo ha il cuore che batte per la sua Piombino
La storia di Paolo Camarri, professore associato presso il Dipartimento di fisica dell’Università di Tor Vergata a Roma «Ho sempre voluto capire come funziona il mondo che ci circonda. Una curiosità che avevo fin da quando ero piccolo»
il personaggio
m.a. schiavina
Cosa prova un uomo del nostro tempo che continua a studiare e a elaborare problemi posti 2500 anni fa per capire la struttura della materia? «Innanzi tutto la curiosità di capire come funziona il mondo che ci circonda. Una curiosità che, nel mio caso, ho sempre avuto fin da piccolo, anche se allora non mi rendevo conto di quali fossero gli strumenti che gli scienziati del passato avevano messo a punto».
Paolo Camarri, piombinese, professore associato presso il Dipartimento di fisica dell'università di Roma Tor Vergata, spiega così la sua passione per la fisica, scoperta ai tempi del liceo e mai più abbandonata. Spesso la gente mi domanda se valga la pena investire miliardi per esperimenti dei quali non se ne capisce il senso – afferma Camarri – ma i progressi della nostra civiltà, nessuno escluso, sono venuti fuori come ricadute della ricerca scientifica, senza la quale non sarebbero mai arrivati certi benefici. Il telefono cellulare, per esempio, non è nato perché un inventore un giorno si è svegliato decidendo di realizzarlo, ma è il risultato di tantissime conoscenze e ricerche pure, accumulate in centinaia di anni. Dalla meccanica, alle comunicazioni, dallo studio delle onde elettromagnetiche, all'elettronica. Tutte cose nate separatamente e in tempi diversi, che poi hanno dato luogo a un oggetto di quel tipo. Un investimento fatto oggi nella ricerca, insomma, ce lo ritroveremo in una serie di scoperte che saranno utili domani».
Gli scienziati, è risaputo, lavorano a livello internazionale per migliorare il nostro futuro. Ma fra di loro prevale la collaborazione o c'è più competizione?
«Prevale senz'altro la collaborazione. Nel momento in cui si devono portare avanti esperimenti di complessità elevatissima, che richiedono anni e anni di studi, senza una collaborazione e un obiettivo comune, sarebbe impossibile arrivare al traguardo».
Che bambino era il professor Camarri?
«Un bambino molto timido, che pensava tanto, forse troppo per la sua età; tendenzialmente pacifico e poco tendente alla rissa. Un bambino curioso, che leggeva tutto quello che gli capitava sottomano (e forse per questo la mia vista ne ha un po' risentito)».
Chi la sosteneva nella passione per la lettura?
«I miei genitori, a cui sarò sempre grato per l'appoggio e gli insegnamenti. Ai tempi della mia infanzia andavano di moda le enciclopedie e loro me ne hanno comprate tante, oltre ai libri, che mi divertivano più di qualunque gioco».
Lei era uno di quei saputelli che a scuola nascondeva il compito al vicino di banco, per paura che copiasse, o aiutava i compagni?
«Aiutavo molto. Più volte ho rischiato di essere beccato».
Quando ha deciso di scegliere la facoltà di fisica?
«Fino alla quinta liceo scientifico ero convinto che mi sarei iscritto a matematica, in cui andavo benissimo. Ma quando ho saputo che, come seconda materia della maturità, avrebbe potuto esserci fisica, ho iniziato ad approfondirne lo studio, rendendomi conto di come fosse spiegata poco agli alunni, ma soprattutto di come poteva aprire la mente verso la conoscenza delle cose. Ne ho capito i punti chiave e ho deciso di dedicarmici con passione».
Dopo la laurea ha trovato subito lavoro?
«Ho vinto un concorso per un programma di ricerca all'università La Sapienza di Roma. Poi mi hanno dato una borsa di studio post-dottorato a Tor Vergata e un assegno di ricerca sempre a Tor Vergata. Dove sono rimasto, senza dover fare altri percorsi o dover ad andare all'estero».
È stato fortunato.
«Abbastanza. Non so se sia stato un bene o un male, ma è andata così. Oggi lavoro come professore associato a Tor Vergata, sono rispettato dai colleghi, amato dagli studenti».
Torniamo a Paolo bambino. Ricorda la sua maestra delle elementari?
«La mia prima maestra è stata la signora Amina Castellani, una carissima persona che si è presa cura di me come una mamma, dandomi lezioni private a 5 anni, poiché i miei genitori, vista la mia predisposizione per la lettura, decisero in accordo con il pediatra, di farmi anticipare di un anno gli studi. Dopo è arrivata la signora Nistri e in terza, quarta e quinta elementare ho avuto il maestro Meucci, un uomo adorabile, troppo buono, che non sapeva tenere a bada una classe di scalmanati, ma che dal punto di vista didattico era eccezionale».
Oggi lei è un fisico appagato e impegnato. Ma c'è posto per qualche hobby?
«Certo! Sono socio di un Rotary club a Roma e cerco di avere, se il tempo me lo permette, una vita sociale al di là di quella universitaria. E per rilassarmi strimpello la chitarra: ho il diploma del quinto anno di chitarra classica, preso nel 1983 e mi è rimasta ancora una buona tecnica».
Ha amici d'infanzia che frequenta?
«D'infanzia no, ma dell'adolescenza sì, e quando vengo a Piombino li vedo spesso».
Torna volentieri nella sua città?
«Se gli impegni lo permettono ci passo tutti i week end».
Cosa le piace di Piombino?
«Il fatto che in venti anni è stata letteralmente ripulita».
In che senso?
«Quando ero piccolo il centro storico era infrequentabile per la sporcizia e il disordine. Adesso è un chicco, di cui però bisognerebbe rivalutare anche l'aspetto storico, archeologico e artistico. Piombino non può essere soltanto un punto di passaggio per chi deve andare all'Elba. Ha un centro fra i più belli d'Italia e un patrimonio che, non so se colpevolmente o incolpevolmente, non è stato mai valorizzato».
Siamo in tempo di elezioni amministrative. Se le chiedessero di diventare sindaco della sua città cosa risponderebbe?
«Ne sarei lusingato ma direi di no. Il sindaco di un comune deve viverlo a tempo pieno e io non voglio essere lo Sgarbi della situazione, che si è fatto eleggere in un paese dove non stava mai». —
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