Gioco
75 anni fa la dura offensiva degli aeroplani alleati lasciò la città in macerie
Le “fortezze volanti” in otto ondate successive sganciarono centinaia di bombe Case e stabilimenti distrutti, nel caos i tedeschi agevolarono l’esodo dei civili
GIANPIERO VACCARO
Nella giornata del 28 aprile 1944, esattamente 75 anni fa, l’offensiva aerea degli alleati contro la città giunse al suo culmine.
L’intero 5th Bomb Wing della 15th Air Force scaricò tutto il suo potenziale distruttivo su Piombino.
In otto ondate successive, 187 quadrimotori Boeing B17, le celebri “fortezze volanti”, decollati dagli aeroporti della Puglia sganciarono da alta quota centinaia di tonnellate di bombe di vario tipo sulla zona portuale e industriale, sull’abitato, sulla periferia e sulla campagna circostante causando ingenti danni alle abitazioni civili, agli impianti industriali e a quelli del porto.
Tra le 13.45 e le 15, oltre un centinaio di fabbricati andò distrutto e più di duecento invece vennero danneggiati; inoltre, furono interrotti i servizi idrici, telefonici ed elettrici.
Furono colpiti il commissariato di Ps di via Ferrer e il dispensario della Croce rossa Italiana in Cittadella. Le bombe lesionarono e resero inagibili le caserme dei carabinieri dei distaccamenti di Piombino e Portovecchio.
Nonostante la violenza dell’attacco, si contarono cinque morti e trentacinque feriti tra i civili, alcuni dei quali in condizioni molto gravi.
Persero la vita Ezio Fratini, già presidente della Pubblica assistenza e responsabile dell’ufficio di protezione antiaerea del Comune, Gino Bacciarelli, Beatrice Martini, Alberto Riccucci e Maria Donati.
Le “fortezze volanti” appartenevano a sei gruppi da bombardamento pesante dell’USAAF (2nd, 97th, 99th, 301st, 463th e 483th) di base nelle Puglie; per quella missione la scorta era composta da 47 caccia bimotori P38 “Lightning” del 14th FG e 44 caccia monomotori P51 “Mustang” del 31st FG.
Lungo il tragitto precipitò un B17, abbattuto dal fuoco contraerei, e un P51 andò perduto in combattimento aereo. Il 31th FG rivendicò l’abbattimento di tre caccia tedeschi Messerschmitt Me109 (di cui due confermati) lungo la costa adriatica, caduti nell’entroterra di Rimini.
Contemporaneamente, oltre un centinaio di quadrimotori B24 “Liberator” si accanirono contro obiettivi individuati nella zona dell’Argentario, in particolar modo su porto Santo Stefano, che fu quasi completamente rasa al suolo.
Quella terribile giornata non era ancora finita. Nel tardo pomeriggio fu la volta dei bimotori B25 Mitchell del 321st BG (M) provenienti dalla Corsica; una formazione di tredici velivoli, al comando del capitano Levi Z. Freeland, avendo trovato una fitta copertura nuvolosa sul viadotto ferroviario Podere Nuovo di Orvieto, alle 17.20 sganciò il suo carico di 36 bombe da 1000 libbre e 32 da 500 libbre sulla zona del pontile delle acciaierie Ilva, alla radice del quale fu osservata una violenta esplosione.
Altre bombe colpirono lo scalo ferroviario di Portovecchio e il molo Sud, investendo due piccole unità ormeggiate.
La reazione tedesca fu abbastanza efficace e ben 10 bimotori rientrarono alla base danneggiati dalla contraerea.
La popolazione, terrorizzata, ormai rimaneva in permanenza nei rifugi, in campagna o nei boschi. La situazione igienico sanitaria era critica, mentre Piombino risultava del tutto isolata dal resto della Toscana.
Nel caos del momento i tedeschi cercavano in tutti i modi di agevolare l’esodo dei civili verso le campagne e i paesi vicini, in alcuni casi mettendo a disposizione i pochi autocarri militari disponibili per il trasporto di persone e masserizie.
Ai primi di aprile del 1944, nella sola Val di Cornia, 1581 piombinesi trovarono rifugio e assistenza a Suvereto, 2438 nel territorio di Campiglia, 2457 nel Comune di Castagneto e altri 751 a Sassetta.
Altri migliaia di profughi si aggiunsero in seguito ai nuovi bombardamenti, mettendo a dura prova quelle piccole comunità.
Dalle 23 alle 3 di quella stessa notte, nove bimotori Vickers “Wellington” del Group no 205 della Royal Air Force britannica bombardarono ancora, in piccole ondate successive, la zona industriale, il porto e l’abitato danneggiando altri fabbricati.
Quel 28 aprile di settantacinque anni fa si chiudeva così, con macerie e disperazione che si sommavano a macerie e disperazione. –
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