Il Tirreno

Omaggio ad Alfio, anima discreta di una Piombino che non c’è più

STEFANO TAMBURINI
Omaggio ad Alfio, anima discreta di una Piombino che non c’è più

Piombino, l'11 aprile i funerali di Callai, 91 anni, ex operaio Magona e storico protagonista dell’informazione sportiva locale

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PIOMBINO. Alfio Callai non era solo l’essenza pura del piombinese di una volta, di quelli che non ci sono quasi più. Alfio nei momenti migliori faceva parte del paesaggio, nel senso che era sempre sullo sfondo ma era sostanza, era anima discreta di una comunità che si riconosceva in modo burbero e scherzoso nel senso di appartenenza senza prendersi troppo sul serio, specie per le piccole cose. Alfio era uno che ci teneva a quel che aveva intorno, senza mai travalicare il confine fra sano orgoglio di campanile e sciocco senso di superiorità territoriale. Che fosse per la squadra di calcio o per qualsiasi altra cosa che si potesse legare alla piombinesità, il suo “tifo” riusciva sempre a restare dalla parte sana del campo. Non una cosa da poco, specie se riletta con gli occhi di oggi.

Il primo ricordo di Alfio è in bianco e nero, volto della pioneristica TelePiombino, con la sua rubrica “S come Sport” in coda al Tg del lunedì sera. Se anche non sapevi come era andata la partita della domenica, lo capivi dal suo sguardo se i nerazzurri avevano vinto, perso o pareggiato, perché quel risultato ce l’aveva nel cuore.

Alfio era tante cose insieme. Lavorava in Magona ma il suo vero “fare” era prima e dopo il turno in fabbrica: in primis organizzare le trasferte dei tifosi, le famose “Carovane del Tirreno” dei tempi d’oro, con immancabile tappa in un bel ristorante, tanto per esser certi di aver vinto almeno a tavola. Era stato fra i fondatori della prima tv locale e con Ivio Barlettani, il direttore di quella TelePiombino, il rapporto era un po’ come quello dei protagonisti di “Amici miei”, fra supercazzole, zingarate e scherzi anche un po’ crudeli.

Ne ricordo uno fra tanti, nella redazione del Tirreno fine anni Ottanta. Ivio era il capo e all’epoca aveva il vezzo di mascherare i capelli bianchi con la tintura. Il barbiere che si occupava di ciò sbagliò la miscela e venne fuori un’orrenda colorazione carota. Mentre tentava di rimediare con altra tintura direttamente nell’ufficio di Ivio, Alfio – al quale non sfuggiva mai niente – bussò alla porta, si affacciò e disse tutto d’un fiato: «Dottor Biscardi, cosa fa lei qua? Questo non è più l’ufficio di Barlettani?». Richiuse e scappò di corsa mentre il rumore di una scarpa lanciata sulla porta provocava un’interminabile risata collettiva.

Ai tempi Callai sapeva sempre tutto, se lo incrociavi per strada e gli chiedevi «che si dice sulla piazza?» era capace di farti un quadro completo di amicizie e inimicizie sportive e politiche che stavano per sbocciare o erano già sbocciate.

Era un collaboratore, prezioso, innamorato del “Tirreno” (e del periodico “Costa Etrusca”) perché per lui quell’esserci era amicizia. Era una cosa che aveva scelto di fare e la interpretava con lealtà fin dai tempi di Franco Biegi, Aulo Taddei e Roberto Fidanzi.

L’ultimo scambio di battute è stato a una delle feste di “Costa Etrusca”. Consegnavano un premio a Luigi Carletti, amico e collega con il quale ho condiviso i primi passi nella professione. Dovevo intervistare Luigi sul palco e la cosa mi sembrava di per sé un po’ strana. Alfio, per stemperare, mi venne incontro facendo finta di brandire un microfono, buttando lì una domanda volutamente sciocca. Finì con un sorriso, un abbraccio, come altre volte in piazza quando era il primo a venirti incontro.

Ho sempre creduto che uno come Alfio non dovesse e non potesse andarsene mai e ora mi piace pensare che ci abbia lasciati con serenità, dopo una vita di sorrisi. Grazie di tutto Alfio, e che la terra ti sia lieve. —

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