Gioco
Letizia, la bimba che sognava i treni ora dà voce alla musica dei Malamanera
Suveretana, educatrice in un asilo, dal 2014 è la “frontwoman” della band fondata nel 2014 con Gianluca De Vito «Cantavo le canzoni di protesta con nonno Ivo, l’abitacolo della sua Cinquecento è stato il mio primo palcoscenico»
L’intervista
m. a. schiavina
I treni sono stati i suoi primi compagni di gioco, simboli di libertà, metallici e fragorosi. Fantasticava guardandoli dalla finestra della casa, accanto alla stazione di Campiglia Marittima, dove abitava con la famiglia perché il padre era ferroviere. E si sentiva privilegiata in quel mondo sulle rotaie che altri bambini le invidiavano, anche se poi, quando si trasferiva dai nonni materni nel centro di Venturina si immergeva con lo stesso entusiasmo nell’atmosfera di paese.
Suveretana, classe 1975, una laurea in scienza dell’educazione conseguita a Firenze, un lavoro impegnativo ma coinvolgente all’asilo nido di Venturina, Letizia Papi, cantautrice e scrittrice, è la voce femminile e “frontwoman” dei Malamanera, il gruppo musicale piombinese nato nel 2014 grazie a una ritrovata amicizia fra lei e Gianluca De Vito e a una passione comune per la cultura latino americana.
Chi le ha inculcato l’amore per la musica?
«La mia è una famiglia semplice, carente dal punto di vista degli studi e di cultura artistica. Una famiglia che mi ha dato tanti valori, ma che di musica non sapeva granché. Mio nonno materno, Ivo, boscaiolo maremmano con l’amore sfrenato per la legna, per lui più preziosa dell’oro, però era un poeta estemporaneo che negli anni giovanili andava per osterie a declamare i versi. E oltre ad immergermi nella storia della Toscana che mi raccontava talmente bene da farmene sentire partecipe, mi ha trasmesso l’amore per la poesia e per la musica. Insieme, quando si viaggiava in automobile, cantavamo le canzoni di protesta e l’abitacolo della sua Cinquecento è stato il mio primo palcoscenico».
Quando ha iniziato ad esibirsi in pubblico?
«A trent’anni, per caso. Ho sempre avuto rispetto per la musica che ascoltavo senza la pretesa di occuparmene in prima persona. Poi un chitarrista di Rosignano Marittimo, Simone Gambini, mi chiese di far parte di un suo gruppo».
Cosa rispose?
«All’inizio dissi di no, ma lui tornò all’attacco e, come per magia, a un certo punto sentii dentro di me il richiamo della musica. Così decisi di accettare ed entrai a far parte della band dei Chameleons. Per poi cantare anche in altri gruppi. Fino ad arrivare alla nascita dei Malamanera».
Di chi fu l’idea di formare la band?
«Di Gianluca De Vito, un amico che era appena tornato da un viaggio in Costarica. Arrivavo anche io da un periodo di lontananza dall’Italia: dopo la morte prematura di mio padre, sentivo il bisogno di fare esperienze diverse ed ero stata per un inverno a Granada a studiare lo spagnolo. Abbiamo unito la passione per la cultura latino americana mettendola in pratica con la nascita del gruppo».
La musica le è servita anche nel suo ruolo di educatrice d’infanzia?
«Molto. È un grande collante anche per i bambini e i miei repertori oggi vanno felicemente da “Wisky il ragnetto” alla Bossa nova. Insieme a dei colleghi musicisti abbiamo anche formato un laboratorio all’interno dell’asilo, con un progetto che ha riscosso grande successo».
Lei non è sposata, da dieci anni ha un compagno, ma non ha figli. Le mancano?
«Mi sono mancati, però più passa il tempo e più faccio pace con questa carenza, pur sentendomi molto fertile e molto materna... Mi prendo cura dei figli degli altri e va bene così».
Chi è Letizia Papi per chi non la conosce?
«Una persona sincera, allegra, con dei momenti di grande malinconia. Una che si sente radicata nel territorio: una donna della Val di Cornia! ».
A prima vista lei dà l’impressione di essere decisa e senza paure.
«E invece ne ho, è naturale. Mi spaventa la profondità marina nonostante l’amore per il mare e sono tendenzialmente ipocondriaca: il fatto di dover morire non mi va molto a genio, anche se ho imparato a scherzarci sopra».
Ha dei rimpianti?
«Uno soltanto. Alle superiori avrei potuto fare il classico e invece mi sono iscritta a ragioneria, io che di matematica non ne volevo proprio sapere».
Torniamo alla musica. Qual è la prima canzone che ha composto?
«La stazione, in omaggio a quella di Campiglia (oggi purtroppo molto offesa), dove sono cresciuta. Ma anche una metafora della vita e dell’amore, fatta di treni che passano e si perdono e di altri su cui si sale al volo».
E l’ultima?
«Yo creo en mi, un testo in spagnolo sull’autodeterminazione della donna, con qualche tratto autobiografico. Si trova nel secondo album dei Malamanera intitolato Dimmi cosa vedi».
La più amata?
«Oh oh! Un brano ironico e graffiante contenuto nell’album Il primo passo, in cui prendo allegramente in giro i finti intellettuali, criticando alcune professioni alla moda. “E ora sono tutti musicisti, fotografi designer, giornalisti, son tutti cuochi masterchef tv, ma un falegname non esiste più?”. Recita così il ritornello».
C’è un motivo non suo che avrebbe voluto comporre?
«Più di uno, ma dovendo scegliere dico Nun te scurdà degli Almamegretta, perla musicale degli anni Novanta».
Come si è inserita da donna, in un gruppo, sia pure musicale, di soli uomini?
«Mi sono sempre trovata bene al di là dei ruoli. Leonardo Orlando, l’ex batterista del gruppo mi diceva spesso “Leti, te c’hai il meglio dell’omo e della donna”, una frase che voglio prendere come un elogio per il mio spirito di adattamento».
Fra poco è l’8 marzo: come vede le feste in occasione del giorno della donna, pensate totalmente al femminile?
«Non sono la mia passione. Non sopporto che una festa come l’8 marzo si sia trasformata nella serata del consumismo e dei luoghi comuni. Le donne dovrebbero incontrarsi tutto l’anno, non solo per andare al ristorante ma per condividere valori e attività sociali».
Se fosse in politica qual è la prima legge che vorrebbe mettere in atto a favore dell’universo femminile?
«Abolirei le quote rosa. Pur comprendendone il senso, le trovo umilianti per noi donne, che a volte veniamo considerate più per il genere che per le effettive capacità». —
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