Il Tirreno

l’ex viceprefetto 

Daveti agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico

Daveti agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico

Attualmente è recluso nel carcere di Sollicciano, ma quando sarà disponibile lo strumento per il controllo in tempo reale potrà andare a casa dalla moglie

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LIVORNO. La Finanza lo ha arrestato il 31 maggio scorso nel suo ultimo giorno di lavoro da viceprefetto dell’isola d’Elba. Ora, alla vigilia del processo in cui è accusato di essere «l’organizzatore e ideatore» di un pericoloso gruppo criminale dedito «alle frodi fiscali anche finalizzate all’evasione delle accise sui prodotti alcolici», oltre che al contrabbando di sigarette e al porto abusivo di esplosivo, il tribunale della Libertà ha dato l’ok alla scarcerazione di Giovanni Daveti, 68 anni, e al suo trasferimento dal carcere di Sollicciano dove è rimasto in questi mesi agli arresti domiciliari, a Livorno, a casa della moglie.

Ma l’alleggerimento della misura cautelare non avverrà subito ma soltanto nel momento in cui sarà disponibile il braccialetto elettronico per controllare i movimenti del Viceré, come hanno disposto i giudici dell’Appello a cui si erano rivolti gli avvocati di Daveti.

«Siamo soddisfatti della decisione – spiega il legale Massimo Girardi – in un primo momento il Tribunale aveva rigettato la nostra richiesta presentata nel dicembre scorso mentre in Appello è stata accolta».

Adesso Daveti dovrà affrontare il processo nel quale, insieme ad altri tre indagati, ha scelto di essere giudicato con il rito abbreviato, mentre per le altre persone coinvolte è già iniziato il dibattimento.

Tra i capi d’imputazione, dieci quelli che riguardano la prima delle due indagini coordinate dal procuratore capo Ettore Squillace Greco, c’è anche quella di associazione per delinquere.

Secondo gli investigatori Daveti, insieme a Giovanni Belfiore, considerato dalla Procura un esponente di una famiglia legata alla ’ndragheta, sarebbero «i promotori, costitutori, organizzatori e capi di un gruppo criminale composto da nove elementi costituito per «commettere un numero indeterminato di delitti di evasione dei diritti doganali, nonché delitti di falso in documenti pubblici anche informatici e altri collegati reati contro la pubblica amministrazione. Ma la particolarità sconcertante di questa vicenda – spiega il giudice nell’ordinanza – «è che i due capi dell’associazione sono uno un rappresentante dello Stato e l’altro un esponente di una cosca».

Agli atti del processo ci sono anche centinaia di intercettazioni telefoniche.

Come quella registrata il 25 maggio dello scorso anno, pochi giorni prima dell’arresto, quando l’ex viceprefetto parla con la moglie.

La donna è preoccupata. Sta guardando online la dichiarazione dei redditi del marito. Sono spuntati 83mila euro di tasse non pagate. «Giovanni, se non si fa nulla a luglio non prendi lo stipendio». Passano minuti, ore, telefonate sempre più agitate. «Dé, non ti stressà», dice lui. «Io mi sto cacand... addosso, ma ti rivolgi alla gente giusta?». Ma dopo poco sul monitor scompare il debito. «Non c’è più, non c’è più! Meno male l’ho stampata sennò pensavi fossi matta». Il viceré ride, ride di gusto: «E allora, dé, che ci posso fa...», conclude. —



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