Il Tirreno

L’impegno di Matilde, una vita dedicata a donare e ad aiutare chi è in difficoltà

M. A. SCHIAVINA
L’impegno di Matilde, una vita dedicata a donare e ad aiutare chi è in difficoltà

Venticinque anni, un sorriso contagioso: da San Vincenzo è finita a Parma per occuparsi di servizi contro il disagio sociale E nel suo paese sta cercando di aiutare Avis convincendo i ragazzi più giovani a compiere dei piccoli gesti di solidarietà 

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L’intervista

M. A. SCHIAVINA

Un sorriso aperto, due occhi luminosi sotto i grandi occhiali. Una vita intensa piena di impegni fra studio e volontariato e il desiderio di fare qualcosa di concreto anche per il suo paese, San Vincenzo, dove è cresciuta, dove nonostante gli spostamenti, prima a Firenze e poi a Parma per studiare, ha ancora oltre alla famiglia tanti amici. Matilde Bianchi, classe 1994, iscritta a Parma al 2°anno di magistrale in “progettazione e coordinamento dei servizi educativi nel disagio sociale”, è uno dei tanti esempi che i giovani, contrariamente a quanto spesso gli adulti vogliono far credere, sono davvero l’unico vero motore di un cambiamento positivo della nostra società.

Come mai la scelta di un indirizzo che prepara a lavorare nel settore della cura del disagio sociale e come mai l’università di Parma?

«Dopo la triennale in educazione sociale frequentata a Firenze ho scelto di proseguirei i miei studi perché sentivo di dover approfondire il mio bagaglio di conoscenze e competenze professionali. E ho optato per Parma oltre che per motivi personali per la validità del corso».

Si è inserita bene in una regione e in una città così diversa dalla Toscana e da Firenze?

«Benissimo. Prima di iniziare la magistrale fra l’altro, per un anno ho lavorato in due cooperative sociali a Reggio Emilia. Al mattino facevo l’educatrice professionale in classe con bambini e ragazzi disabili mentali e fisici, dai 3 ai 18 anni (ero una specie di jolly che andava dove c’era bisogno senza avere mai bambini fissi). Al pomeriggio poi lavoravo in un’altra cooperativa dove facevo il doposcuola per piccoli stranieri che avevano bisogno di aiuto per i compiti. Ma sono stata anche volontaria in una casa di riposo e in un canile, sempre a Reggio Emilia, dove ho svolto tirocini curriculari all’asilo nido e in un centro diurno per disabili mentali e fisici».

Che cosa le hanno lasciato queste esperienze così diverse in cui il comune denominatore è stato quello di occuparsi dei più fragili?

«Mi hanno lasciato una gran voglia di mettermi in gioco e in discussione di fronte al diverso che spesso percepiamo come una minaccia, ma che è portatore di valori e ci può dare punti di riflessione e arricchimento su noi stessi e sui nostri limiti. Non mi piace fare volontariato di puro assistenzialismo, ma al contrario voglio essere aperta verso l’altro e poter imparare anche io da chi ha più bisogno. Mi piace che le persone in difficoltà possano, per quanto possibile, avere gli strumenti per “fare da soli” e, se questo accade grazie al mio aiuto, la cosa mi dà grande felicità».

Lei adesso non sta in Emilia ma fa avanti e indietro da San Vincenzo con Parma solo per dare gli esami. Come mai?

«Per vari motivi ma soprattutto perché in questo momento ho voglia di mettermi in campo provando a fare qualcosa di utile nel paese dove sono nata e con gli strumenti che ho a disposizione sul mio territorio».

Si sta anche attivando per portare i giovani di San Vincenzo e non solo a donare il sangue, perché di sangue c’è bisogno e di sangue purtroppo negli ultimi tempi c’è carenza. Lei quando ha deciso di diventare donatrice?

«Al compimento del mio diciottesimo anno, però poi mi sono presa del tempo prima di concretizzare il mio proposito».

Cosa significa per lei donare?

«Significa fare un piccolo gesto di solidarietà che richiede consapevolezza sul proprio stile di vita».

Come mai c’è sempre più carenza di donatori?

«Forse perché molti hanno paura che da una chiacchierata col dottore prima di donare, o dalle analisi che vengono fatte ai donatori, si possa vedere chissà che cosa, mentre invece gli esami sono al contrario un’ottima occasione per tenersi aggiornati sul proprio stato di salute».

Ha molti amici che fanno donazione?

«Non molti purtroppo».

Cosa vorrebbe dire ai ragazzi, ma anche agli adulti, per convincerli a fare quel gesto semplice che fa così paura?

«Vorrei che capissero che ci si deve ricordare una cosa importante. La linea fra lo star bene e l’avere bisogno di aiuto per noi stessi è molto sottile e basta un attimo per finire dall’altra parte».

Parliamo di tempo libero, ammesso che ne abbia, con lo studio e ora anche con l’impegno per la campagna di “sensibilizzazione giovani” che porterà avanti per l’Avis. Come lo trascorre?

«Amo fare escursioni nel verde, andare al mare, guardare i film, leggere libri e stare con i miei cani: due adorabili meticci che ho adottato al canile».

Che progetti ha per il suo futuro?

«Lascio la porta aperta a qualsiasi cosa. Non so se resterò a vivere a San Vincenzo o se me ne andrò... Penso che sia importante prima di tutto stare bene con se stessi. Io sto cercando di farlo, anche perché per dedicarsi agli altri la serenità è d’obbligo».

Cosa è importante per lei più di tutto in questo momento?

«Terminare gli studi, trovare un lavoro inerente a quello che ho imparato, ma anche vivere bene nel mio ambiente, perché non ho nessuna smania di andare all’estero».

Visto che il suo desidero è di restare nel suo paese d’origine cosa ne pensa di San Vincenzo e della Val di Cornia dal punto di vista dell’impegno sociale?

«Credo che questo territorio abbia molte risorse in tanti campi, ma che nel volontariato stia vivendo una grande crisi (proprio sul valore dello stare assieme, dell’aiuto a chi ne ha bisogno, del mettere la faccia in qualcosa in cui si crede). Questo è un problema ma non ci si deve arrendere, magari continuando a dire che qui non c’è nulla, perché con il pessimismo non si riuscirà mai a muovere nulla». —

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