Gioco
La poesia è la linfa vitale di Cinzia e Piombino la sua fonte di ispirazione
Demi è un’operatrice culturale, poetessa, scrittrice e saggista: da anni si è trasferita a Bologna per motivi di lavoro Ma la sua città le è rimasta nel cuore: «Mi piacciono le bellezze naturali e storiche, ma anche i luoghi della mia giovinezza»
L’INTERVISTA
M. A. Schiavina
La poesia è la sua linfa vitale e Piombino la maggiore fonte d’ispirazione.
Operatrice culturale, poeta, scrittrice e saggista Cinzia Demi si è trasferita a Bologna per lavoro da molti anni, ma appena gli impegni glielo permettono torna nella città d’origine.
Per vedere parenti e amici ma anche per ritrovare le atmosfere a cui è legata, protagoniste dei versi di “Nel nome del mare”, uno dei tanti libri della sua collana poetica.
«Di Piombino – confida Cinzia – mi piacciono i luoghi classici delle bellezze naturali e architettoniche, ma anche quelli legati alla mia giovinezza. Piazza Bovio, dove ho frequentato le medie inferiori, all’allora scuola Cesare Battisti, il viale del Popolo (teatro delle prime scaramucce amicali), il Rivellino, la strada che dall’ex ospedale porta in Cittadella con vista mozzafiato; il Porticciolo (per il suo fascino antico e quotidiano). E poi il mio mare, quello dell’innamoramento, il golfo di Baratti con la chiesetta di San Cerbone; ma anche il borgo di Populonia Alta, dove da oltre dieci anni mio marito (Maurizio Caruso, pittore cosentino ndr), espone per una settimana (a volte due), nella sala Giulio Gasparri, e dove è nato il Festival di Populonia in Arte, quest’anno alla sua terza edizione».
La poesia fa parte ormai della sua vita. Ma poeti si nasce o si diventa?
«Nel mio caso si diventa. Avevo vent’anni o poco più quando ho scritto i primi versi. Non erano granché nella forma, ma avevano una tematica importante: la violenza di genere, allora non così trattata e vissuta come oggi. Una tematica presente anche adesso in molti miei lavori».
Eredità di famiglia la sua vena poetica?
«Fino a poco tempo fa ero l’unica a scrivere versi, ma adesso non più. Mia figlia Alessandra, attrice e regista, ha da poco pubblicato il libro di poesie “Contro Venere”».
Cinzia Demi è stata una bambina felice?
«Serena direi, nata in una famiglia numerosa che si riuniva nei giorni di festa e partecipava ogni singola esperienza rendendola comune. A volte era soffocante quell’aria di continua condivisione, ma oggi ripenso con gioia a quanto sia stato importante sentirsi parte di un nucleo unito».
Favola preferita?
«Le fiabe, più che le favole mi hanno sempre interessata, anche se solo in età matura ne ho compreso il vero significato e la dimensione sociale e umana che nascondono, perché – come dice Calvino – esse sono “il catalogo dei destini umani”. Ho amato “Pinocchio”, romanzo che pesca molto dal fiabesco, per l’amara ironia della sua storia, se pur nella drammaticità di un finale che lo vede sì finalmente bambino, ma con un padre vecchio e malato da accudire. Ma più di tutto mi hanno affascinato i romanzi di Giulio Verne, con vicende simili alle fiabe, per quel senso di avventura che conduce al liminare tra la vita e la morte nella scoperta delle verità della natura».
Favola non gradita?
«La tristezza della “Piccola fiammiferaia” – che nasconde lo sfruttamento dell’infanzia abbandonata – o la crudezza di “Pelle d’Asino” – che cela l’incesto, insito nella volontà del padre di sposare la figlia – mi hanno sempre lasciato un senso di spaesamento, di impotenza, pur considerando l’apparente leggerezza del lieto fine».
La poesia come la musica può unire gli uomini?
«Sì, è un forte collettore emotivo ed esperienziale. Nei momenti di grande intensità condividendo la lettura ad alta voce che l’autore è in grado di fare, o nei momenti di intimità con se stessi, leggendo un testo poetico nella propria mente, è lì che la poesia diventa tale donando l’esperienza di vita e accendendo un scintilla emotiva che ognuno si porterà dentro».
Piombino e Bologna, due realtà opposte. Quale influisce di più sulla sua scrittura oggi?
«Ho scritto molto su Piombino e credo che scriverò ancora. Ma sempre in relazione al fatto che è stata teatro della parte più giovane della mia vita, e quindi delle esperienze prime e primarie. Credo però anche nell’importanza di vivere a Bologna, di aver frequentato e di frequentare ambienti dove si pratica la poesia, e penso che Bologna abbia dato notevole impulso alla mia creatività».
Quale poeta classico è più nelle due corde?
«Catullo ma anche Saffo, specie per le poesie d’amore. Leopardi, Pascoli e D’Annunzio tra i classici più recenti, E Dante sopra tutti. Trovo che la sua attualità sia sconcertante, e la musica dei suoi versi assolutamente imprescindibile dall’ascolto per chi voglia scrivere buona poesia».
Fra i contemporanei invece chi preferisce?
«Bisogna distinguere tra i contemporanei che non ci sono più e quelli dei nostri giorni. Tra i primi non ho dubbi: amo spassionatamente Giorgio Caproni, il nostro poeta livornese. Trovo che “Il seme del piangere” sia un vero capolavoro, alla stregua del Canzoniere del Petrarca o della Vita Nova di Dante: senza dubbio il canzoniere d’amore più bello scritto per una donna. Apprezzo anche Montale, Pasolini, Palazzeschi e per certi scritti Alda Merini. Tra gli stranieri mi piacciono Eliot, Pound, Transtromer, Heaney e fuor di misura Emily Dickinson, mentre tra i poeti dei nostri giorni: Rondoni, Piersanti, Pontiggia, Fo, Sica ma anche molti altri. La poesia non è affatto morta, come dicono alcuni, vive una nuova vita, una nuova primavera che vede fiorire ottimi lavori».
Per il sito culturale francese “Altritaliani” cura la rubrica “Missione poesia”. Ma può la poesia essere considerata una missione?
«Sì. E nella mia rubrica nella quale ho pubblicato oltre ottanta piccoli saggi sui poeti contemporanei (oggi diventata un volume edito, un’antologia che li raccoglie) mi sono ripromessa di portare avanti questa mia missione ». —
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