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Sospensione rotta per Sinibaldi la Dakar si interrompe subito

Sospensione rotta per Sinibaldi la Dakar si interrompe subito

Nella prima tappa in Perù il Maverick sul quale era navigatore ha avuto un guasto irreparabile in pieno deserto E l’avventura è già finita

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venturina. Stefano Sinibaldi ha già concluso, purtroppo, la sua avventura alla Dakar.

Nella prima tappa, l’auto modificata sulla quale lui era il navigatore, ha avuto un guasto grosso, rompendo una sospensione e il trapezio. Impossibili da riparare. Stefano, che era alla sua esperienza nella regina delle corse non in pista, ha affidato alla sua pagina Facebook sensazioni della vigilia, emozioni, e delusione - enorme - per l’epilogo quando l’avventura era appena cominciata. Sinibaldi è un rallista quotato in zona (anche nelle ultime gare nel comprensorio è arrivato nei primi posti), ma aldilà che alla guida non c’era lui, l’esperienza della Dakar per la seconda volta si rivela sfortunata.

La corsa quest’anno si sta svolgendo in Perù, quasi tutta su un circuito desertico. Quindi con tutte le insidie che portano le dune e il rischio di ribaltarsi. Ma il danno, grosso, al Maverick di Stefano Sinibaldi è avvenuto sì in pieno deserto, ma forse per una pietra nascosta sotto la sabbia o un difetto meccanico. È lui stesso a raccontarlo: «Siamo sulla pedana di partenza, l’ora è giunta. Si fa presto a dire “è solo una passerella”. Sì, una passerella che dura oltre 6 ore, un palco enorme come la nostra emozione in quel riassunto di abitacolo. L’attimo prima di uno start - racconta Stefano - paradossalmente è sempre quello più rilassante. Inventario mentale. Incolonnati ad aspettare il turno si fa per l’ennesima volta il punto della situazione. Per Fabio è un debutto assoluto, per me la seconda volta ma il rituale è già consolidato. Avanti quattro metri. Le gomme? Ok. I refueling? Ok. Avanti un altro concorrente. Tocca a noi».

Partenza normale, la macchina che fila via liscia sulla sabbia e sul poco asfalto che trova, con a fianco l’Oceano. «A un certo punto siamo soli, il pubblico si dirada sempre di più e ci addentriamo nel deserto in direzione della “boa” oltre la quale invertiremo la rotta per tornare al bivacco, verso il primo traguardo. Tutto gira al meglio, finché... Un “tok” improvviso. Un tonfo secco, inaspettato, inaudito in quel nulla assoluto. Il Maverick soffre e si inclina di colpo dalla parte di Fabio, si incunea e si appoggia. Scendiamo. Abbiamo perso una ruota? No eccola là, ma inclinata in maniera oltremodo innaturale. La sospensione anteriore sinistra è totalmente staccata, l’attacco superiore e il trapezio sono andati. Tranciati di netto. Una rottura anomala, com’è possibile? Andavamo mediamente veloci, ma regolari. Niente rocce al suolo, niente salti improvvisi o violenti. Impossibile riparare da noi il trapezio e la sospensione. Cominciamo ad analizzare la situazione aspettando l’assistenza, che arriverà. Probabilmente un difetto del pezzo, non c’è spiegazione».

L’avventura finisce, ma Sinibaldi sicuramente ci riproverà, e non sempre sarà seguito dalla sfortuna.

Il ritorno al bivacco è una marcia mesta per lui che da tanti mesi preparava questa avventura, e la speranza di chi lo segue era che potesse arrivare fino alla fine, al traguardo. Perché quella è già una vittoria in una gara che è difficilissima e piena di insidie per tutti. La sua compagna Simona lo consola al ritorno, lui non è tipo da abbattersi troppo, e forse già pensa alla prossima. —

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