Il Tirreno

la grande storia 

75 anni fa il bombardamento che uccise sei operai dell’Ilva e mise Piombino in ginocchio

Gianpiero Vaccaro
Quel che restava di uno dei treni di laminazione dell'Ilva dopo il bombardamento
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Quel che restava di uno dei treni di laminazione dell'Ilva dopo il bombardamento

Il 10 gennaio del 1944 tre bimotori B26 Marauder sganciarono 24 bombe da 225 kg Gravissimi danni ai treni di laminazione e agli altiforni, lo stabilimento in preda alle fiamme

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Il 2019 segna un anniversario in cifra tonda per la nostra città. È il settantacinquesimo della Liberazione, giunta a fine giugno con l’arrivo in Val di Cornia della V Armata Usa. Il 2019 segna però anche il settantacinquesimo anniversario della triste stagione dei bombardamenti aerei, che tanta distruzione e lutti provocarono alla nostra comunità.

Il primo bombardamento aereo, in realtà, è del novembre precedente. La sera del 17 un aeroplano isolato, forse in difficoltà, aveva sganciato alcune bombe sulla periferia cittadina. I danni ad alcune abitazioni erano stati molto contenuti, ma si era avuta la prima vittima al Borgo Magona: il giovane Livio Salvadori.

Fu però nel gennaio del 1944 che la città divenne un obiettivo per l’aviazione alleata, in un crescendo di attacchi e distruzioni che si concluse solo con il passaggio del fronte. Esattamente 75 anni fa, alle 21, 45 del 10 gennaio 1944, una formazione aerea composta da tre bimotori B26 “Marauder” decollati dalla Sardegna, in via eccezionale utilizzati come bombardieri notturni, attaccò per la prima volta, col favore della luna piena, alta nel cielo limpido, lo stabilimento Ilva di Piombino.

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I tre aeroplani, appartenenti al 320th BG (M) dell’United States Army Air Force, erano ai comandi del colonnello pilota Fletcher e dei capitani Hayward e Brewer.

L’obiettivo fu colpito in pieno e si dovettero registrare danni gravissimi ai treni di laminazione rotaie, con crolli e incendi. Sfogliando i rapporti di missione di quella notte, sappiamo che furono sganciate 24 bombe da 500 libbre (circa 225 kg) da 2500 metri che, in parte, colpirono gli altoforni e i capannoni della ferriera e dell’acciaieria, nell’area di Portovecchio.

Secondo quanto riportato nel rapporto “intelligence narrative no. 127” del comando del 320th BG (M), redatto l’indomani, una colossale fiammata azzurra e una fortissima esplosione illuminarono l’area industriale e, quando la formazione lasciò la costa, alle sue spalle lo stabilimento Ilva appariva in preda a un furioso incendio, visibile a grande distanza.

Nel corso bombardamento morirono sul loro posto di lavoro, vittime innocenti di una guerra ingiusta, sei operai in turno: Vittorio Sotgia, Armando Armanini, Roberto Francini, Ettore Salvi, Niccolò Focardi e Assunto Gemelli. I loro funerali si svolsero due giorni dopo, con grande partecipazione di popolo e in forma solenne, alla Chiesa della Misericordia, in piazza Manzoni. Altri tre lavoratori dell’Ilva rimasero feriti: Ferio Riparbelli, Umberto Formichi e Guido Melosi.

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Nel corso del bombardamento lievi danni si registrarono anche ad alcuni fabbricati civili confinanti con la fabbrica, in Borgata Cotone, fortunatamente senza ulteriori vittime. I tre B26 rientrarono indisturbati alla loro base di Decimomannu, nei pressi di Cagliari: la contraerea tedesca, entrata rapidamente in azione, per quanto intensa non aveva provocato alcun inconveniente ai bimotori americani.

Era il primo di una lunga serie di violenti bombardamenti che misero in ginocchio la città, provocando decine di vittime e danni inestimabili al tessuto urbano, storico e produttivo. Alle fabbriche e al porto. Nel settantacinquesimo anniversario, cifra tonda, è nostro il dovere di ricordare, perché la memoria di questo sacrificio non vada dispersa e possa essere di monito alle generazioni future. –
 

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