Il Tirreno

Simone, l’ingegnere partito da Piombino alla conquista della Silicon Valley

di Maria Antonietta Schiavina
Simone Gambini
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Simone Gambini

Trentotto anni, studente straordinario, ha inseguito il suo sogno e ormai da anni vive e lavora a San Francisco. La laurea a Berkeley, il matrimonio con la compagna di corso Rikky e un futuro da scrivere in California

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PIOMBINO. Nel cassetto dei progetti per il futuro di Simone Gambini c'era il sogno di diventare scrittore o giornalista. Ma, dopo il liceo scientifico, i desideri hanno preso altre strade, portandolo a Pisa, alla facoltà di ingegneria elettronica prima e alla scuola Sant'Anna poi. E in seguito negli Stati Uniti, direzione California, dove oggi Simone vive a San Francisco, felicemente sposato dal 2012 con Rikky Muller, americana, conosciuta sui banchi dell'università di Berkeley. «È stato nel 2002, verso il quarto anno di università, che, dopo un viaggio organizzato dalla scuola Sant'Anna durante il quale ho visitato diverse istituzioni americane (JPL, Berkeley, Stanford), ho incominciato a pensare di volermi confrontare con la realtà della Silicon Valley», racconta Gambini. «E l'idea si è concretizzata quando ho fatto una parte della tesi di laurea a UC Berkeley, passandovi un'intera estate. Un'esperienza che ha dato inizio a tutto il mio percorso portandomi via definitivamente dall'Italia».

Come hanno reagito i suoi genitori all'idea che lei andasse a vivere oltre oceano?
«Sono piuttosto ambizioso e mamma e babbo, conoscendo il mio carattere, mi hanno lasciato libero di seguire la mia strada, anche se avrebbero preferito che fossi felice e a Piombino o in Italia».

Quale è stato il suo primo lavoro negli States?
«Ho fatto il progettista per una startup che aveva creato un ricevitore tv per dispositivi mobili».

E ora?
«Lavoro ancora come progettista, ma in una ditta di consumer electronics».

Lei è sposato con una donna americana. Anche sua moglie si occupa di tecnologia?
«No. Rikky insegna a UC Berkeley, dove entrambi abbiamo conseguito il dottorato di ricerca».

E dove vi siete conosciuti.
«Eravamo compagni di corso».

Durante il suo soggiorno negli Sati Uniti c'è stata anche una parentesi australiana. Come si è trovato nel Paese dei canguri?
«Non credo di avere parole che possano fare giustizia all’Australia, un Paese meraviglioso dove sono stato un anno per lavoro e dove vorrei tornare appena possibile».

Ma a San Francisco invece le piace vivere?
«Molto. La California è una regione stupenda con una natura magnifica, montagne bellissime, deserti, una costa fantastica e immensi vigneti. Dal punto di vista professionale poi per me è il massimo. Il profilo culturale è sicuramente diverso da quello dell’Italia, perché si tratta di una terra di frontiera che sostituisce ai capolavori architettonici del millecinquecento grandi distese, una natura selvaggia e un aspetto culturale affascinante. Senza contare che in questo Paese c'è una grande voglia di fare, specialmente in campo tecnologico, ma anche apertura mentale e molta tolleranza: nessuno qui ti dirà mai che sei matto, anche se magari lo sei davvero. Tutte cose che noi italiani dovremmo imparare per vivere meglio».

Nessuna nostalgia dell’Italia e di Piombino?
«Ho nostalgia della mia famiglia ma non dell’Italia e neppure della mia città».

Se dovesse raccontare in poche parole Piombino agli americani quali parole userebbe?
«Di solito quando lo faccio dico che è una città industriale sulla costa della toscana, a metà tra la torre diPisa e il posto dove è naufragata la Costa Concordia».

Non è un bel quadro, ma c'è almeno un luogo della città dove è nato e cresciuto che le è particolarmente caro? Un luogo magico che le piace ricordare?
«Forse la terrazza della casa dei miei genitori».

Ci sembra di capire che anche se le offrissero un bel lavoro non tornerebbe.
«Ho avuto occasioni con proposte di lavoro obiettivamente buone, che non ho colto perché non corrispondenti a opportunità altrettanto buone per mia moglie. Purtroppo l’Italia è molto indietro nell’assecondare le esigenze di coppie in cui entrambi i coniugi hanno una carriera di prestigio. In parte, credo, per una paura o diffidenza dei “raccomandati” che ha motivazioni storiche».

Come trascorre il tempo libero in California?
«Mi piace tenermi in forma e fare attività fisica correndo, giocando a pallacanestro, andando in palestra. Inoltre amo l'arte, mi piace andare per musei e anche viaggiare. Negli ultimi due anni poi ho iniziato a fare l’apicoltore insieme a mia moglie: nel nostro giardino abbiamo due colonie di api e nel freezer tanto miele».

Parliamo di cibo. Le piace la cucina americana?
«Amo molto la cosiddetta cucina californiana, che è nata qui, nella “Bay area” negli anni Settanta. Una specie di misto tra cucina francese e italiana, ma con ingredienti locali».

Cosa le manca di più dell'Italia per ciò che riguarda il cibo?
«Molti piatti che qui non si trovano facilmente. Un buon tiramisù, le pappardelle al cinghiale, i tortelli e il carpaccio, o la pasta con le sarde che prepara mamma. Più che un insieme di sapori però mi manca la cultura del mangiare con calma e in famiglia, qui davvero poco praticata».

Veniamo all'amicizia. Ha amici americani?
«Molti. Alcuni conosciuti nei tempi del dottorato, altri colleghi ed ex-colleghi o colleghi di Ricchy».

Ci sono invece italiani che vivono in California e frequenta?
«Sì. C'è un caro amico che si è laureato a Pisa in fisica e che adesso insegna a Stanford. E poi un altro dei tempi dell'università, che per molti anni ha vissuto a San Francisco, anche se da circa un anno, purtroppo per me, si è spostato a New York per seguire la carriera».

E amici piombinesi gliene sono rimasti?
«Certo! C'è Federico, un amico d'infanzia che adesso vive a Roma e che vedo appena posso e poi c'è Guido, incontrato alle elementari. Con lui ci vediamo poco ma siamo ancora molto legati».

Quante volte torna a Piombino?
«In genere due volte all’anno, soprattutto in estate. Per vedere i miei, ma anche perché il mare di casa ha sempre un grande fascino». —
 

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