Il Tirreno

Emanuele Appiani, un Signore amato e rispettato dalla comunità piombinese

di Mauro Carrara*
 Il reperto che toglie ogni dubbio sul fatto che i resti raccolti nel sarcofago murato a destra della controfacciata in Sant’Antimo appartengano a Emanuele Appiani
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Il reperto che toglie ogni dubbio sul fatto che i resti raccolti nel sarcofago murato a destra della controfacciata in Sant’Antimo appartengano a Emanuele Appiani

Il difficile percorso per arrivare al potere ostacolato dai Colonna. Poi l’esilio in Puglia e il ritorno in città dove governò dal 1451 al 1457

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Emanuele Appiani (Pisa 1380 - Piombino 19 febbraio 1457), fu Signore di Piombino dal 20 febbraio 1451 al 19 febbraio 1457. Figlio di Jacopo I, Signore di Pisa, e di Polissena Pannocchieschi, seconda delle sue quattro mogli. Fratello, per parte di padre, di Gherardo, fondatore nel 1399 della Signoria di Piombino.

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A Troia di Puglia, dove si era infine ritirato, sposò Colia de’ Giudici, figlia putativa di Giovanni de’ Giudici, ma in realtà figlia spuria non riconosciuta di Alfonso I d’Aragona re di Napoli. Dal matrimonio nascerà anche il futuro signore di Piombino Jacopo III.

Il fratello Gherardo, poco prima di morire, lasciò un testamento dove dispose che la successione dovesse avvenire per via mascolina, ed alla morte del figlio Jacopo II, in assenza di figli maschi, lo Stato passasse al fratello Emanuele. Ma la cognata Donna Paola Orsini, sorella del papa Martino V, sarà la sua acerrima avversaria. Pur di non lasciargli il potere, alla morte del figlio si fece investire della successione, e in seguito dispose che alla sua dipartita lo Stato passasse all’altra figlia Caterina, sposa di Rinaldo Orsini. Ma anche loro non ebbero figli e Emanuele potrà finalmente entrare in possesso dello Stato.
Il 12 dicembre 1407 chiese ed ottenne la cittadinanza fiorentina e dopo circa due anni lasciò la città per Siena. Dopo aver peregrinato in più parti e sempre più povero fece parte delle milizie degli Sforza.
Nel 1441 si unì alle bande armate del capitano di ventura Baldaccio d’Anghiari che voleva impadronirsi di Piombino. Emanuele confidava nell’aiuto di una parte di piombinesi che invece mancò e di conseguenza il tentativo fallì.

Deluso Emanuele si ritirò a Milano, poi a Napoli presso gli Aragona (parenti della moglie), infine a Troia in Capitanata di Puglia. Nella città pugliese è rimasta viva la presenza di questo nobile Signore tanto che, almeno fino ad alcuni anni fa, il corso principale si chiamava Conte Appiani. Alla morte di Caterina e Rinaldo Orsini, esauritasi la discendenza di Gherardo, gli Anziani della Città di Piombino richiamarono Emanuele dal suo esilio pugliese e gli riconobbero i suoi diritti di successione sanciti dal testamento del fratello.

Il 20 febbraio 1451, con una solenne cerimonia Emanuele giurò sul vangelo una capitolazione e patti fondamentali per tutta la storia giuridica della Signoria e del Principato di Piombino.
Il 3 giugno 1452 tutta la Comunità festeggiò il ritorno da Troia di Puglia di sua moglie Colia e dei figli tra i quali il futuro Iacopo III.

Dai suoi sudditi Emanuele fu considerato più che un Signore: amato e rispettato, difeso quando se ne presentò l’occasione, proprio per la sua umanità e predisposizione a risolvere gli immancabili problemi, pratici, sociali e politici presenti nella comunità.

* Ispettore onorario del Ministero beni culturali

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