Il dolore
È di Emanuele Appiani il sarcofago in Sant’Antimo
Un’epigrafe consegnata all’ispettore onorario del Ministero non lascia dubbi Mauro Carrara parla di prova inconfutabile e ne spiega il ritrovamento
Non è più un’ipotesi. Uno dei sarcofaghi murati nella controfacciata di Sant’Antimo, il più grande dei due, accoglie i resti di Emanuele Appiani.
L’ispettore onorario del Ministero dei beni culturali, Mauro Carrara, è venuto in possesso di una prova che definisce inconfutabile: un pezzo dell’epigrafe in cui si parla della sepoltura di Emanuele, Signore di Piombino dal 1451 al 1457.
Probabilmente l’elemento in marmo era stata rimosso durante dei lavori di qualche secolo fa.
Chi conosce Carrara sa di quanta meticolosità sia capace e quanta memoria storica riesca a coltivare. Appena gli è stato riferito che le prime parole incise erano “Conditur Emanuele” si è rammentato della frase contenuta nella lettera, raccolta nell’archivio Cardarelli, inviata da un parroco piombinese del primo Seicento a un monsignore. Nella missiva sono contenuti il testo completo dell’epigrafe e la precisazione che si trattava di una tomba ospitata nella concattedrale.
Pelle d’oca e il desiderio di vedere prima possibile l’oggetto sono scattati in automatico.
Il desiderio è stato esaudito giovedì scorso dal figlio del tecnico di un’impresa edile, nel frattempo scomparso, che aveva rinvenuto l’oggetto qualche decennio fa in un cumulo di pietre scaricato nel cantiere dove stava nascendo un palazzo.
L’uomo non conosceva il latino ma aveva intuito che sarebbe stato un peccato frantumare quel pezzo di marmo per trasformarlo in materiale da costruzione. Per questo lo aveva riposto in magazzino. E dimenticato. Lì, recentemente, lo ha trovato il figlio. Non vivendo in città si è rivolto ad un amico piombinese per chiedere se conoscesse la persona adatta a cui farlo avere. La risposta ha portato a Carrara. Che spiega: «L’epigrafe è soltanto una metà circa dell’origianle composta da due parti uguali, già scomparsa nel 1840 quando l’archivista Fani fece un elenco completo delle epigrafi presenti in città».
Si supponeva da tempo che il sarcofago raccogliesse i resti di Emanuele, soprattutto da quando era caduta l’ipotesi che indicava Iacopo Primo Appiani, sepolto in realtà nel cimitero monumentale di Pisa.
Non c’era la prova, però. Fino a giovedì. Meticolosamente Carrara ha ricostruito la lunghezza completa dell’epigrafe, basandosi sullo spazio lasciato all’inizio del marmo. Un marmo che non presenta danneggiamenti e che è perfettamente levigato anche nel tratto finale, a dimostrazione del fatto che da qualche parte esiste la prosecuzione. Considerando le sillabe e le parole mancanti riprese dalla lettera del sacerdote, dovremmo essere sui 187 centimetri.
Il testo tradotto dal latino non lascia dubbi: «E’ sepolto in questo marmo Emanuele, nato dal sangue Appiano, signore di Piombino famoso per pietà. Non un altro era sorto più insigne di lui per reggere i popoli secondo ragione. Avendone facoltà il nobile figlio e onorato successore, Jacopo III, qui lo racchiuse con questa iscrizione».
Carrara ne parla con gli occhi che brillano. Considera quell’oggetto un regalo per i suoi 81 anni. Un regalo che premia un impegno iniziato mezzo secolo fa. —
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