Il Tirreno

Elbani, i custodi orgogliosi della loro terra - Il commento

Paolo Carletti
Elbani, i custodi orgogliosi della loro terra - Il commento

Il carattere degli elbani forgiato dal lavoro che ha trasformato l’isola in una meraviglia della natura, tra il mare cristallino e alte montagne

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Orgogliosi e permalosi, ma di grande generosità, dotati di improvvisazione e ingegno, negli ultimi anni gli elbani hanno anche sviluppato un certo senso dell’imprenditorialità, che fino a qualche anno fa era roba esclusiva di ricchi “forestieri” e di poche famiglie locali facoltose. Raccontare come siamo fatti noi elbani (sono nato e cresciuto a Piombino ma da madre di San Piero e padre di Portoferraio con “una vena” corsa) non è semplice. Quando si sbarca dal traghetto per una vacanza è difficile capire le diversità che ha in seno questa Isola. E forse ragionando sulla storia se ne capiscono le ragioni. Gli abitanti di questo “scoglio” di 223,5 chilometri quadrati (pur sempre la terza isola italiana), devono molto delle loro particolarità ai secoli scorsi. L’abitante dell’Elba è il risultato delle lunghe occupazioni di Longobardi, Pisani, Francesi, Spagnoli, fino agli Appiani. Un intreccio di razze e di lingue che si sono infine tradotti nei tanti diversi dialetti. Con una influenza corsa che ha interessato quasi tutti i paesi. Così l’elbano non è lo stesso da San Piero a Sant’Ilario, paesi separati da una manciata di chilometri.

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Lo stesso si può dire per Marina di Campo fino alla costa panoramica che attraverso Cavoli arriva a Seccheto, Pomonte e Sant’Andrea per finire a Marciana Marina. Quella parte di Elba che nelle giornata di “vento di tera” sembra a due bracciate dalla Corsica. A Pomonte, soprattutto i più anziani, parlano un misto di elbano-corso. Più in generale il carattere è duro, ma leale, l’isolano, da Portoferraio all’ultima frazione, può essere spietato con i nemici, ma anche l’amico più fidato e sincero. Ma per capire l’elbano occorre sempre guardare indietro.

Quelle terre sono state molto dure per chi le ha abitate, spesso aspre anche se adesso così verdi e ricche. Collina, montagna, mare. Elementi che hanno forgiato il loro carattere con la solidità del granito a Ovest, ai piedi del Capanne (1.018 metri), e il ferro all’altro capo. Abituati alla fatica, hanno trasformato quella che ora è un’isola stupenda. Ma non puntando alla ricchezza, all’ostentazione, bensì a formare una famiglia (spesso molto giovani) e a portare a casa quanto è sufficiente per una vita dignitosa. Qualcuno in “continente” commenta: “ma come, con quel tesoro che si sono ritrovati...”. Vero, l’isolano sa di essere custode di un tesoro. Lo ha sempre curato e salvaguardato. Almeno nella maggior parte dei casi. Non ha puntato ad accumulare banconote (a questo ci hanno pensato soprattutto gli impresari delle grandi città), ma magari ad avere un pezzo di terra dove coltivare qualcosa e respirare i profumi unici dell’Elba, oppure un gozzo per riempire la retina di pesci, anche in inverno. Quando ero piccolo mi capitava di sentire qualche anziano dire ad alta voce: “ma venirà settembre!”. Mio padre mi spiegò il significato. A me parve strano che il turismo fosse un fastidio. Con gli anni ho capito che eravamo agli albori di un fenomeno che stava esplodendo, e che i vecchi mal sopportavano. Poi tutto è cambiato, l’integrazione elbano-turista si è solidificata. Ma non si pensi che quando in inverno gli isolani restano “soli” cambi tutto.

L’isola non si sente mai sola. Diventa culla, protezione, quel braccio di mare può far sentire diversi e fuori da certe mischie, ma non isolati. Altri se ne sono accorti. E negli ultimi anni molti dal “continente” hanno scelto di dividere stabilmente con gli isolani quella stagione rigida, ma ugualmente così ricca di fascino.

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