Gioco
L’ombra dell’Ilva di Taranto sui progetti futuri di Jindal
Se la gara in Puglia fosse annullata il timore è che Sgw potrebbe puntarci ancora rimettendo in discussione la seconda fase (forni elettrici) da realizzare a Piombino
PIOMBINO. Una sola partita su due tavoli diversi. Sul piatto, il mercato dell’acciaio e in particolare dei prodotti piani. Da una parte c’è l’ex Lucchini di Piombino, appena passata in mano al magnate della siderurgia indiana Sajjan Jindal e alla sua Jsw Steel. Dall’altra l’Ilva di Taranto, il più grande sito produttivo dell’acciaio nazionale, aggiudicato con una gara pubblica ad Arcelor Mittal ma conteso in un braccio di ferro dall’esito incerto tra il governo giallo-verde e la nuova proprietà. «Se non si chiude la partita di Taranto, anche su Piombino resteranno dei dubbi». Le parole del sindacalista Lorenzo Fusco davanti ai lavoratori ex Lucchini nella prima assemblea dell’era Jindal rendono l’idea di quanto i destini dei due siti produttivi restino agganciati reciprocamente.
La firma del passaggio di proprietà da Cevital a Jsw Steel è arrivato proprio nel momento in cui il ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio ha deciso di avviare le procedure per valutare l’annullamento della gara pubblica per l’Ilva. Così - sembra un paradosso - il grande sconfitto della gara di Taranto - quel Sajjan Jindal che aveva tentato di mettere le mani sull’industria pugliese a capo della cordata Acciai Italia - ha bruciato sul tempo i rivali di Arcelor Mittal completando l’acquisizione di Piombino e preparandosi a riavviare i laminatoi con i semiprodotti importati dall’India.
Nel caso in cui l’Ilva di Taranto, che può produrre 10 milioni di tonnellate di acciaio annue, dovesse chiudere i battenti (prospettiva però molto debole), Piombino resterebbe il principale hub per il mercato dell’acciaio in Italia. In caso di rallentamenti e blocchi prolungati della produzione del sito pugliese, a trarne vantaggio sarebbe ancora una volta l’indiano di Piombino, il cui gruppo Jsw Steel ha prodotto qualcosa come 4,11 milioni di tonnellate nel secondo trimestre del 2018, con una crescita di circa il 5% rispetto allo stesso periodo del 2017. Insomma, mettere le mani su Piombino (sborsando a Rebrab una cifra compresa tra i 73 e i 75 milioni di euro), sembra davvero un buon affare per Jindal. Non è escluso, tuttavia, che lo scenario potrebbe cambiare qualora la partita di Taranto dovesse riaprirsi in maniera repentina e venisse indetta una nuova gara per l’aggiudicazione dell’Ilva di Taranto. Il timore è che la riapertura del bando possa tornare a stimolare l’appetito di Jsw, col rischio di un disimpegno indiano a costruire i forni elettrici a Piombino. Ma sono solo ipotesi. In realtà l’acquisizione di ex Lucchini è stata una prova tangibile del reale interesse di Jindal per Piombino ed è servita ad allontanare le voci secondo cui l’indiano volesse prendere tempo in attesa degli sviluppi su Taranto. Inoltre, le ipotesi relative a un rinnovato interesse di Jsw a rientrare in corsa per l’Ilva sono già state smentite a più riprese. Tutto in cassaforte, dunque? «Questo progetto ha un senso compiuto solo con gli investimenti», ha spiegato il sindaco Massimo Giuliani ai lavoratori, riferendosi appunto alla seconda fase del piano, che prevede dagli 850 milioni al miliardo e 50 milioni di euro di spesa per la realizzazione di due o più forni elettrici. Il vero cambio di marcia per il futuro di Piombino è atteso non prima del 2020 e testerà la portata dell’impegno industriale di Jsw. Taranto permettendo. —
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