Gioco
Le parti civili non ci stanno «Crimine efferato, pena inadeguata»
Gli avvocati contestano la riduzione a 14 anni e otto mesi Ma anche il difensore della donna si prepara alla Cassazione
PIOMBINO. Una sentenza che alla fine non soddisfa proprio nessuno.
A fronte di un gradimento minimo dell’avvocato difensore (che sì, ha visto ridurre la pena alla sua cliente, senza però ottenere la derubricazione del reato da omicidio volontario a omicidio colposo o quantomeno preterintenzionale), le parti civili manifestano il loro disappunto totale proprio per la tenuità della pena, già da loro considerata troppo mite in primo grado.
Stiamo parlando della sentenza di secondo grado emessa mercoledì dalla Corte d’Assise d’Appello di Firenze nei confronti di Beatrice Paini, la quarantanovenne piombinese detenuta nel carcere Don Bosco di Pisa, che due anni fa uccise con una coltellata il fidanzato e convivente Fabrizio Gratta.
I giudici fiorentini infatti hanno ridotto la pena iniziale di 16 anni e 6 mesi (stabilita un anno fa dalla Corte d’Assise di Livorno) a 14 anni e 8 mesi.
Alla lettura del dispositivo della sentenza erano presenti tutte le parti, compresa Paini che poi è stata riportata in cella.
In attesa di conoscere le motivazioni (la Corte si è presa 75 giorni di tempo), l’avvocato difensore Franco Balestrieri ha fatto già sapere due cose: di essere moderatamente soddisfatto per il riconoscimento ulteriore delle attenuanti generiche ma di non esserlo per il mantenimento del reato di omicidio volontario. Il difensore infatti ribadisce che «siamo in presenza di un omicidio colposo perché la donna non voleva uccidere il compagno» e preannuncia sin da ora il ricorso in Cassazione.
Neanche le parti civili però ci stanno.
Gli avvocati Michele Alongi, Riccardo Benvenuti, Patrizia Fabiani e Francesca Iacoponi, che tutelano l’ex moglie e le due figlie di Gratta, lo spiegano in una nota: «Se è vero che è stata confermata la penale responsabilità della Paini per il reato di omicidio volontario - scrivono - la misura della pena inflitta appare manifestamente inadeguata per un crimine così efferato quale l’uccisione del povero Fabrizio Gratta».
«Già la decisione della Corte d’Assise di Livorno era parsa sin troppo mite in termini di quantificazione della pena - aggiungono gli avvocati di parte civile - Restiamo dunque in attesa del deposito delle motivazioni al fine di comprendere le ragioni giuridiche dell’ulteriore riduzione concessa».
Al primo processo il pubblico ministero Massimo Mannucci aveva chiesto 22 anni mentre la Corte d’Assise aveva deciso per 16 anni e sei mesi. Ora, dunque, l’ennesima riduzione di pena che continua a far discutere e che impedisce di chiudere il caso anche sul fronte giudiziario. —
ALESSANDRO DE GREGORIO.
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