Sicurezza
L’eroe della working class nato sotto le ciminiere
“108 metri” è l’ultimo romanzo dello scrittore piombinese Alberto Prunetti Tra realtà e ironia, ha raccontato il suo passato da giovane lavoratore in Inghilterra
Un vecchio cuoco tossico uscito da un libro d’avventure, uno stasatore di cessi innamorato della lirica e un anziano attore shakespeariano lobotomizzato, con un corredo di giovani assistenti dediti a piccoli crimini e decisi a sopravvivere in ogni modo a mille guai.
Sullo sfondo l’Inghilterra della Brexit e il rimontare dell’odio verso gli stranieri, l’impoverimento di una classe operaia che cerca di ritrovare il proprio orgoglio e la guerra di tutti contro tutti dei lavoratori smarriti. Tra risse, birre e calcio, la narrazione evoca personaggi di vecchi romanzi che si reincarnano nelle cucine d’Oltremanica mentre il fantasma della baronessa Thatcher perseguita il protagonista nel suo viaggio. Fino al ritorno a casa, in un’Italia bloccata nei motori dell’economia e dell’immaginario, dove le acciaierie di Piombino, che un tempo producevano binari ferroviari lunghi 108 metri, rimangono come torri arrugginite a sfidare il cielo terso della Toscana.
È il tema del libro “108 metri” edizioni Laterza, la nuova fatica di Alberto Prunetti, scrittore e traduttore piombinese, cresciuto in provincia di Grosseto. Dopo “Amianto. Una storia operaia” che gli ha fatto vincere molti premi, Prunetti ha voluto raccontare con il suo tocco fra il crudo e l’ironico, il suo percorso di giovane lavoratore italiano in Inghilterra. Senza dimenticare il mondo operaio e l’infanzia vissuta all’ombra della fabbrica.
Se ci ripensa a quell’infanzia qual è la prima immagine che ha davanti agli occhi?
«Io che gioco con una cassetta da frutta piena di terriccio nell’orto di mia nonna, smuovendo la terra con le mani».
Le piacevano le favole e qual era la sua preferita?
«Sì. Amavo “Il gatto con gli stivali”. La storia di un proletario che inganna un re e un orco».
Chi gliela raccontava?
«Mia mamma».
E lei di favole ne ha scritte?
«Ho scritto racconti per bambini dai 7 ai 9 anni. Ma stanno ancora nel cassetto».
Che giochi faceva il bambino Alberto?
«Ero fissato per il calcio».
Qual è stata la figura più importante della sua infanzia oltre a quella di mamma e babbo?
«La mia nonna materna».
Ricorda la sua (o il suo) maestra delle elementari?
«Alle scuole elementari ho cambiato spesso maestra, quasi una ogni anno, perché quella di ruolo aveva gravi problemi di salute. Ho un bel ricordo di una insegnante di Ribolla, supplente del secondo anno: una maestra working class cresciuta in una famiglia di minatori».
Il suo primo dolore?
«Una pallonata in pancia».
Il giorno più felice?
«La nascita di mia figlia».
Ha degli amici d’infanzia che vede o sente ancora?
«Sì, certo... anche se la crisi economica della zona in cui sono cresciuto ci ha spinti tutti lontano dalla Maremma e ci rivediamo in occasione di qualche rientro».
Nato a Piombino e vissuto a Follonica. Se pensa a un luogo magico di queste due località quale le viene in mente?
«Sicuramente a Follonica l’ex Ilva, la vecchia fonderia. Una cittadella industriale dentro la città turistica, adesso è stata in gran parte ristrutturata ma un tempo luogo in parte proibito e in parte desiderato: c’erano oltre alle medie – che ho frequentato– il campo di calcio, una radio locale e infiniti nascondigli per le bande giovanili di cui facevo parte. A Piombino invece sono sempre stato attratto dalla vista in entrata delle acciaierie, ma anche dalle vie a ridosso del porto vecchio, coi loro nomi che ricordano un pezzo di storia del movimento operaio italiano, da Pietro Gori in avanti».
Un odore o un sapore a cui è particolarmente legato?
«L’odore che faceva mio padre quando tagliava il ferro. Se c’è un operaio che compie una simile operazione, con una mola, subito lo riconosco come piacevole».
Cambierebbe qualcosa del modo in cui è stato educato?
«Avrei voluto avere la possibilità di imparare le lingue straniere e anche la musica. Ma avrei dovuto essere stato un altro. Ed è già andata bene che mia madre mi abbia circondato di libri, trasmettendomi il piacere della lettura».
Se le offrissero un bel lavoro tornerebbe in Inghilterra?
«Forse sì...».
Veniamo alla sua veste di traduttore. Come mai ha scelto di occuparsi dei libri di altri?
«Mi piace questo lavoro almeno da quando ho scoperto, al liceo, l’opera di Luciano Bianciardi, traduttore e scrittore. Quando a 28 anni sono andato in Inghilterra, ho deciso che avrei fatto qualsiasi cosa per imparare la lingua, che è il bottino del viaggio nell’isola del tesoro. È quel che ho portato a casa, quello con cui mi guadagno il pane... Il traduttore sta a cavallo dei confini, come un contrabbandiere di culture: lo ha scritto un autore argentino. Io non amo i confini, amo scavalcarli e per questo traduco».
Come trascorre il tempo libero: ha qualche hobby?
«Mi rifiuto di avere hobby. Nell’etica working class si fa sempre qualcosa per campare. Forse l’apicoltura è quello che assomiglia a un hobby, nel senso che non mi stanca come un lavoro mentre lo faccio: con un amico e un’amica ci prendiamo cura di alcune famiglie di api. Però, avendo un sistema di produzione per autoconsumo, il nostro non è un lavoro che dà reddito ma neanche un hobby».
Sua moglie che lavoro fa e di dove è?
«Insegna italiano come lingua straniera ed è originaria della Puglia. Ci siamo conosciuti a Siena all’università».
È la sua prima lettrice? O c’è qualcun altro che si sottopone al test?
«Lei mi legge, per scaramanzia, solo quando il libro è stampato. La prima lettrice domestica è mia madre. Poi ho una serie di lettori cavia: colleghi scrittori ed editor con cui mi confronto spesso».
A sua figlia cosa racconta della vita del nonno morto a causa della fabbrica?
«Lei ha tre anni e mezzo. Sta cominciando a porsi domande sull’assenza del nonno paterno, e pian piano le offro delle risposte. Le parlo del lavoro duro, della fabbrica, della malattia, ma anche della bellezza di trasformare la materia, piegare il ferro, lavorare con le mani l’acciaio come lei fa con la plastilina e sto scrivendo delle storie per farle capire quella del nonno».
Qual è la pagina che ha sentito più sua del libro Amianto e di 108 metri?
«Tutte, dalla prima all’ultima. È la mia storia».
E quella che ha fatto più fatica a scrivere?
«Paradossalmente Amianto è stato più facile di 108 metri. In 108 metri avevo il problema che alcuni episodi inglesi, per me rilevanti, probabilmente non sarebbero stati significativi per il lettore. Ho dovuto scegliere e invece di raccontare le mie percezioni, ho raccontato un’esperienza in qualche modo più ideale, tipica».
Amianto racconta una storia tragica facendoci anche ridere e così 108 metri, dove la realtà supera di gran lunga la fantasia. Ma lei nella vita è umo che si piange addosso o preferisce ridere di ciò che le capita?
«No, non mi piango addosso e odio il vittimismo. Amianto non è un libro vittimista. Per quello l’umorismo è così importante. Neanche dico in 108 metri: o guardate, povero me, che lavoracci ho fatto nella vita...Li ho fatti, li racconto e adelante. Lo spirito giusto è quello di Silver il pirata».
Lei ha una figlia piccola, Avrebbe più paura, una volta cresciuta, a mandarla all’estero per tentare di trovare un lavoro che in Italia non c’è?
«Non vedo perché avere paura, ne sarei felice. Non ho idee territoriali: la nostra patria è il mondo intero, diceva Pietro Gori, che spesso passava a Piombino. Spero che mia figlia voglia lavorare e vivere nel paese che più le piace. È un diritto che tutti dovrebbero avere, anche se si cerca sempre di più per costruire muri attorno ai confini».
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