Sicurezza
Giorgia, la mezza pasticca e la risalita dall’inferno
Milanese, 36 anni: è sopravvissuta a una dose di ecstasy grazie a due trapianti di fegato Da anni gira l’Italia per raccontare la sua storia a migliaia di giovani: «Non fate come me»
Una ragazza come tante Giorgia Benusiglio. Una famiglia solida alle spalle che le inculca amore e grandi valori; tanti amici, la passione per lo studio e soprattutto una gran voglia di vivere. Ma un brutto giorno, quando le aveva soltanto diciassette anni, tutto il suo paradiso crolla. Fuori dal liceo, a lei e ai suoi compagni, viene distribuito un volantino rilasciato dal Ministero della salute. È una brochure sulle droghe, tra cui l’ecstasy, che si basa sulla politica di riduzione del rischio e del danno, spiegando come assumerle in modo “sicuro”, consigliando di non ingerire mai una pastiglia intera in una sola volta, ma di dilazionare la prima e la seconda metà, bevendo molta acqua e bagnandosi spesso i polsi per non alzare il calore.
«Ho pensato – abbiamo tutti pensato – che di un documento del Ministero ci si poteva fidare – spiega Giorgia, classe 1982, milanese – e con un gruppo di amici sono andata in discoteca, opuscolo maledetto al seguito. Ero curiosa, volevo provare l’ecstasy, avrei seguito tutte le istruzioni e non sarebbe successo nulla. Ma mi sbagliavo: quella curiosità mista a disinformazione mi ha distrutto l’esistenza».
La Benusiglio, che si è salvata per miracolo grazie a un doppio trapianto di fegato, ha raccontato la sua esperienza nel libro “Vuoi trasgredire? Non farti! ” San Paolo editore e nel documentario di Ambrogio Crespi “Giorgia vive! ”. E da dieci anni va in giro a parlare con i giovani – pochi giorni fa è venuta a Suvereto invitata dal Comune – perché con il suo esempio spera di far capire che con la droga non si può scherzare e che ne basta poca per far molto male, come è successo a lei, a soli diciassette anni, quando come tanti adolescenti si sentiva invincibile.
Ciò che secondo la brochure del Ministero sembrava tutto semplice non lo era affatto.
«Per niente! Sono stata malissimo, non subito ma poco tempo dopo: un’epatite tossica fulminante da cui mi sono salvata grazie a un trapianto di fegato in extremis».
Era la prima volta che assumeva droga?
«La terza. Ma mentre per le altre due, seguendo le indicazioni della brochure, non era successo niente di particolare, la terza volta, in cui fra l’altro ero stata più attenta, prendendo solo un quarto di pasticca e dopo un po’ un altro quarto – mezza pasticca in tutto – è successo il finimondo».
È stata male subito?
«No. Il giorno dopo ho incominciato con un lieve mal di pancia e nei giorni successivi ho avuto dei malesseri di poca importanza: qualche linea di febbre e un po’ di nausea. Tant’è che sono andata a scuola regolarmente. Ma il sesto giorno mi sono svegliata con l’ittero».
Ed è iniziata la sua lunga battaglia.
«Una battaglia contro un nemico terribile, l’epatite tossica fulminante. Peggioravo a vista d’occhio, poi sono entrata in coma. C’era una sola strada da tentare: il trapianto di fegato. Ne ho fatti due perché il primo fegato trapiantato risultava leggermente più grande rispetto al mio e sono stata in sala operatoria più di venti ore».
Lei oggi vive grazie al fegato di Alessandra, una 19enne morta in un incidente stradale. E durante i suoi incontri con i ragazzi rivela che si sente a disagio nel vivere con l’organo di un’altra persona.
«Più che altro il mio è un continuo senso di colpa nei confronti di una ragazza morta non per droga ma per fatalità».
Nessuno degli amici che era con lei in discoteca e ha assunto ecstasy è stato male?
«No. E il motivo me lo hanno spiegato i medici: le pasticche di ecstasy sembrano pillole perfette confezionate da case farmaceutiche. Ma invece sono preparate da gente che si improvvisa chimico. Il “principio attivo” non viene quindi distribuito uniformemente nell’intera pasticca, ma finisce un po’ dove capita, mescolato alle sostanze da taglio, per esempio il veleno per topi. In quel periodo circolava una partita tossica arrivata dall’Olanda e in pochi giorni sono morti e stati male altri giovani. A me è capitata la mezza pastiglia maledetta e ne porterò le conseguenze per tutta la vita».
Da tempo gira l’Italia per raccontare la sua esperienza ai ragazzi. Cosa la spinge a rinnovare ogni volta il suo dramma?
«Ha incominciato da subito mio padre che ora purtroppo non c’è più, riuscendo con i suoi interventi in tv e sui giornali a far ritirare gli opuscoli, pericolosi e basati su un presupposto completamente sbagliato. Poi lui è andato nelle scuole ma io ancora non ce la facevo ad accompagnarlo perché stavo molto male. Dieci anni fa invece ho iniziato anche io e non mi sono più fermata».
Da volontariato il suo è diventato un vero e proprio lavoro.
«Sì. Mi sono laureata in scienze della formazione, specializzandomi in psicologia della famiglia con una tesi sui comportamenti devianti e a rischio nell’adolescenza, e mi aggiorno continuamente. Tengo incontri anche con genitori ed educatori, cercando di spiegare come si comunica con un adolescente in modo sano ed equilibrato».
Ma i genitori che vengono ad ascoltarla sono consapevoli del rischio che corrono i loro figli con la droga?
«Non troppo, perché partono dal presupposto che il drogato sia sempre il figlio degli altri e soprattutto che sia un disagiato, uno sfigato con famiglia disastrata. Poi però quando facciamo gli incontri e si accorgono che non è così, si mostrano interessati al problema e chiedono come rapportarsi con i ragazzi e a che età bisogna iniziare a parlarne».
Tutti sanno che la droga fa male.
«Ma pochissimi sono consapevoli che basta assumerne una minima quantità per morire o avere dei danni permanenti e oggi che i ragazzi sono diventati poli consumatori occasionali, perché fanno uso di diverse sostanze in situazioni differenti, il rischio è davvero molto alto. Se poi si calcola che l’età si è abbassata perché le prime canne adesso le fumano a undici anni e che i ragazzini emulano i loro compagni più grandi che sniffano cocaina sniffando l’Oky che è comunque un medicinale e danneggia il fegato, ci si rende conto di quale pericolo stiamo correndo».
Che la vita era davvero importante lei quando l’hai capito?
«Nel momento in cui stavo per perderla e me ne rendo conto ogni giorno perché, per colpa della droga, la mia salute è sempre sul filo del rasoio. Mi sono dovuta scontrare con diverse malattie: quando si assumono certi farmaci il sistema immunitario si indebolisce. Come concausa del trapianto ho avuto anche un tumore e devo stare attenta a tutto. In questo momento sto abbastanza bene ma ne ho passate tante e sono comunque una paziente sempre a rischio».
Il suo fidanzato l’accompagna agli incontri. Ha avuto anche lui un’esperienza di droga?
«No, ma ha sposato la mia causa totalmente e mi supporta, convinto che le mie parole ma soprattutto il mio esempio possa salvare tante giovani vite».
Ha da poco perso suo padre e l’anno scorso in modo tragico anche sua sorella. Ancora una volta il destino si è accanito su di lei.
«E ancora una volta mi sono resa conto di quanto la vita sia troppo importante per giocarsela in un momento di trasgressione che, come è successo a me e a tanti altri giovani, in molti casi può essere fatale».
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