Il Tirreno

Come in un romanzo Giovanni Daveti fra ascesa e baratro

Come in un romanzo Giovanni Daveti fra ascesa e baratro

LIVORNO. L’avevano spedito a Prato nella primavera del 2004 prima per le solite immancabili «esigenze di servizio»: poi, quando Giovanni Daveti ha contestato il trasferimento impugnandolo davanti al...

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LIVORNO. L’avevano spedito a Prato nella primavera del 2004 prima per le solite immancabili «esigenze di servizio»: poi, quando Giovanni Daveti ha contestato il trasferimento impugnandolo davanti al Tar (e vedendosi riconosciuta la sospensiva), il Viminale aveva rincarato la dose e, quasi un anno più tardi, aveva ribadito il trasferimento. Ma stavolta con un timbro ben peggiore: incompatibilità ambientale.

Eppure Daveti poi ce l’aveva fatta a tornare a metter radici nella provincia in cui era nato, in cui aveva vissuto quasi tutta la sua carriera prefettizia, in cui quando può torna e ogni tanto partecipa alle iniziative dell’associazione di area pentastellata Reset (nella quale però non ha incarichi). Nella sua provincia sì, ma un po’ più in là: fra lui e la “sua” Livorno in mezzo un’ora di auto più un’ora di traghetto.

È la fine di marzo del 2011 quando sbarca dall’aliscafo per un ruolo che lo tiene al largo da Livorno e al tempo stesso consegna un ruolo di peso nella nomenklatura elbana a questo alto funzionario finito nel copione di questa storia che, neanche fossimo ruzzolati in un romanzone caraibico di John Le Carré, mette insieme la ‘ndrangheta e le istituzioni, un tourbillon di affari e perfino l’idea di un attentato bombarolo tanto per far capire all’interlocutore che certi sgarbi non s’hanno da fare.

L’Elba l’aveva conosciuta anche alla metà degli anni novanta, quando ancora era un brillante dirigente in ascesa e si poteva pronosticare che presto gli si sarebbero spalancate le porte di prefetture di alto rango. In una intervista choc al Tirreno, nel mezzo del turbine giudiziario che in quegli anni lo coinvolse (salvo poi dichiararlo assolto per alcune accuse, in prescrizione per altre e pena sospesa per altre ancora), aveva raccontato di aver fatto «un check up sull’isola d’Elba: troppi meridionali da un giorno all’altro si trasformavano da muratori in ristoratori o albergatori». Acquisiti in contanti o con contratti di compravendita con riservato dominio, cioè subentrando nel possesso e pagando in vent’anni. Aggiungendo poi: «Conoscendo un po’ gli imprenditori elbani, mi sembrava strano che vendessero a quelle condizioni...».

Anche con il prefetto Vincenzo Gallitto lo scontro fu aspro. Rapporti tesi che, come spiegava l’alto funzionario livornese al nostro giornale, culminano con una letterache Daveti invia al ministero per segnalare che nella gestione Gallitto c’è qualcosa che non va : «Dieci giorni dopo, arrivarono i primi avvisi di garanzia per Elbopoli, troppo presto perché c’entrasse qualcosa la mia lettera ma Gallitto mi considerò responsabile delle sue disavventure», diceva Daveti in un altro passo di quella lunga intervista.

Alle spalle c’è dunque una sfilza di scontri. Stavolta però l’ex brillante funzionario dello Stato sembra aver cambiato volto: e, stando almeno alle accuse, ci presenta una faccia assai più oscura. Non è più un tizio finito nei guai perché ha troppi amici nella sua città: qui la quinta di scena è l’Italia intera e gli affari sono semplicemente affari, e poco importa in combutta con chi.

Mauro Zucchelli

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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