Toscana
Calenda: ex Lucchini, chiusura entro lunedì
Trattativa Jindal-Cevital verso la conclusione. Il sindacato: no a un accordo preconfezionato, servono garanzie per tutti i lavoratori
PIOMBINO. Lunedì è il giorno indicato dal ministro Carlo Calenda per la firma dell’intesa tra Cevital e Jindal, del resto limite invalicabile considerando che proprio all’inizio della prossima settimana il presidente Sergio Mattarella con ogni probabilità affiderà l’incarico per il nuovo Governo.
«Ho da chiudere l’aumento di capitale di Alcoa, l’accordo per la cessione di Lucchini agli indiani di Jindal, l’aggiudicazione finalmente dei sette competence center che sono fondamentali per il piano Industria 4.0 – ha detto Calenda ieri mattina a Radio 24 – Devo fare queste tre cose, le farò tra oggi e lunedì».
L’annuncio del ministro ha fatto sì che per tutta la giornata si siano rincorse voci su una firma in arrivo nel giro di poche ore, mentre fonti qualificate nel tardo pomeriggio hanno invece chiarito che ancora le parti stavano discutendo sugli ultimi punti del contratto e quindi, appunto, si andrà molto probabilmente a lunedì.
In una giornata di questo tipo, alla fine Fim, Fiom e Uilm hanno diffuso un comunicato, infastidite «da un incomprensibile rincorrersi di voci e tentativi di primeggiare a chi per primo riesce a dare la notizia, nel puerile tentativo di accreditarsi come soggetto gestore».
Il sindacato del resto spiega di «aver richiesto più volte la convocazione formale al tavolo ministeriale per un adeguato e corretto coinvolgimento delle lavoratrici e dei lavoratori e delle loro rappresentanze elette, per la discussione del piano industriale, per avere le garanzie di poter agganciare la prospettiva con tutti lavoratori indiretti e diretti». Così che Fim, Fiom e Uilm, «se il profilo degli scenari che si intravedono dalle dichiarazioni rilasciate dalle fonti ministeriali hanno un fondamento», si attendono «la coerente conseguenza della convocazione».
Fim, Fiom e Uilm sono consapevoli che «si tratta di un accordo commerciale tra privati, in cui l’accordo sindacale non ha parere vincolante, ma se la volontà di tutti è quella di condividere insieme col sindacato il percorso, così come era già stato dichiarato in precedenti incontri al Mise, non riteniamo utile per nessuno presentarsi con pacchetti preconfezionati che rischiano di non funzionare come è accaduto altrove».
Il chiaro riferimento è alla situazione dell’Ilva di Taranto, così che il sindacato avverte tutti dell’esigenza «del giusto tempo per la valutazione del piano industriale e per la condivisione di un accordo che deve contenere le garanzie per tutti lavoratori».
Insomma, la situazione tarantina e l’esperienza fatta con Cevital nel 2015, quando a Piombino in grande fretta venne fatto un accordo con molti punti deboli riguardo a tempi e investimenti, mostrando successivamente tutta la sua fragilità, sembrano consigliare al sindacato di prendersi tutto il tempo necessario, coinvolgendo anche le proprie strutture nazionali nella trattativa.
Perché è ovvio che il poco o nulla che si sa al momento, sia del piano industriale che degli impegni presi dalle istituzioni, comporterà un confronto che vada in profondità, una volta raggiunto l’accordo tra Cevital e Jindal.
Se infatti è presumibile che per il principio di continuità amministrativa, alcuni degli impegni presi dal Governo uscente (ad esempio rispetto ad alcuni incentivi) difficilmente potranno essere eventualmente messi in discussione dal nuovo esecutivo, restano da chiarire altri aspetti importanti, in particolare quello occupazionale e quello legato agli ammortizzatori.
Data per certa la riassunzione di tutti i dipendenti Aferpi, è chiaro che il sindacato vorrà garanzie sulla fine del percorso per tutti i lavoratori(almeno 4 anni, e per questo servono nuovi ammortizzatori) perché, fatti due conti, altrimenti anche con la nuova acciaieria elettrica gli esuberi non sarebbero inferiori alle 300 unità.
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