Il Tirreno

Aferpi: Jindal prende ancora tempo

Cristiano Lozito
Sajjan Jindal, presidente di Jsw Steel
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Sajjan Jindal, presidente di Jsw Steel

Un altro incontro interlocutorio al Mise. Concessioni portuali, piano industriale e trattativa con Rebrab rallentano le operazioni

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PIOMBINO. E' stata un’altra riunione interlocutoria quella che si è svolta giovedì 19 al Mise tra i rappresentanti della Jindal South West e le istituzioni, sulla questione Aferpi. Si è trattato di un nuovo incontro “tecnico”, presenti la sottosegretaria all’Ambiente Silvia Velo, rappresentanti dei ministeri dello Sviluppo e del Lavoro, della Regione (con Paolo Tedeschi, capo della segreteria di Enrico Rossi, e il consigliere del presidente per le questioni del lavoro, Gianfranco Simoncini), il commissario Piero Nardi, il vicesindaco Stefano Ferrini.

«Dopo vari incontri che si sono svolti nei giorni scorsi con i vari ministeri – dice Velo – si è fatto il punto sui temi ritenuti necessari da Jsw per concludere la due diligence. Credo che il gruppo indiano abbia avuto risposte esaustive, naturalmente se serviranno altri approfondimenti saremo a disposizione».

È questa l’unica stringata dichiarazione dopo un incontro che non pare aver modificato di molto la situazione.
Se infatti da varie fonti emerge la volontà di Sajjan Jindal, di concludere l’affare in tempi brevi (ma difficilmente ormai entro la data prevista, e cioè la fine di questo mese), proprio l’avvicinarsi della chiusura sta facendo emergere questioni non secondarie che potrebbero complicare la vicenda.

Soprattutto non c’è ancora una data per la presentazione del piano industriale: gli indiani continuano a mostrarsi preoccupati dal rischio di possibili responsabilità di natura ambientale, e inoltre secondo varie fonti sarebbero intenzionati a prendersi 18 mesi non per la progettazione della nuova acciaieria e dei forni elettrici – che pur restano un obiettivo dichiarato – ma per valutarne in modo compiuto la convenienza. Ed è ovvio che un anno e mezzo in un settore come la siderurgia, può far cambiare in modo importante gli scenari.

Nella prima fase dunque, pur assumendo tutti i 1800 dipendenti ex Lucchini ricorrendo agli ammortizzatori sociali, ci sarebbe lavoro per 700 persone nei tre laminatoi, numero insufficiente a far “girare” la solidarietà (forse anche con l’avvio delle demolizioni), soprattutto per un periodo così lungo visto che la seconda fase costituita dalla progettazione e dalla realizzazione dei nuovi impianti fa intravedere il ritorno alla produzione non prima di quattro anni.

Non piacerebbe poi agli indiani il periodo di sorveglianza del Governo, quei due anni concordati con Issad Rebrab il 30 giugno del 2017, che scadrebbero solo alla metà dell’anno prossimo. Così come non piace al Governo l’idea di assegnare le concessioni portuali, su cui ovviamente Jindal ha grande interesse, senza la certezza assoluta sugli investimenti, nonostante la serietà che viene attribuita all’azienda indiana.

Fibrillazioni comprensibili quando appunto ci si avvicina alla chiusura di un affare così importante, che comunque molti degli attori sono convinti che si farà. C’è però un altro elemento sul tavolo che potrebbe creare intralci o ritardi, e cioè lo stato della trattativa tra acquirente e venditore.

Secondo fonti qualificate infatti la due diligence avrebbe convinto Jindal che quei 60 milioni frutto del preaccordo di marzo con Cevital, non sono giustificati dalle condizioni degli impianti e dall’azzeramento del mercato legato alla semiparalisi dei laminatoi.

Su tutto poi pesa la fin qui totale assenza di rapporti diretti tra la Jsw e i sindacati. Che, stanchi di uno status da “osservatori interessati”, nella fase della trattativa tra le parti, ora spingono per un incontro in cui fare chiarezza sugli obiettivi di Jindal, così da non trovarsi a un improvviso prendere o lasciare.
 

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