Il Tirreno

Aspettano il buio e bruciano due roulotte

Alessandro De Gregorio
Il luogo dell'incendio con una roulotte bruciata
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Il luogo dell'incendio con una roulotte bruciata

Nel mirino un camionista rumeno e una famiglia rom. Nessun dubbio sull'origine dolosa

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PIOMBINO. Hanno atteso che non ci fosse nessuno. Poi hanno dato fuoco alle loro roulotte. Se l’obiettivo era solo distruggerle, è stato raggiunto. Se invece intendevano cacciare quelle persone, no. Solo una di esse ha detto che potrebbe andarsene, ma non subito. Le altre si sono già organizzate per resistere e restare.
L’incendio è avvenuto prima del porto, sotto il Phalesia, in fondo a via Paolo Vannini. Nel mirino una famiglia rom accampata intorno a un rudere e un camionista rumeno che vive da solo nel piazzale sottostante, dove si è costruito una specie di capannuccia con annesso giardino.

Sull’episodio stanno indagando sia i carabinieri che i vigili del fuoco, intervenuti per spegnere il rogo. Non sembrano esserci dubbi sull’origine dolosa: anche se non sono state trovate tracce di inneschi o roba del genere, in una delle due roulotte sono evidenti i segni dello scasso alla finestra principale. È quella di Daniel, camionista quarantasettenne, ex dipendente della Sda e attualmente corriere della ditta Bartolini. Daniel venerdì sera si trovava appunto al lavoro, nel Pisano, quando un collega gli ha telefonato avvisandolo dell’incendio. Smontato dal lavoro, il camionista si è precipitato a “casa” all’alba di ieri. L’interno della propria roulotte era distrutto. La finestra di plexiglass aveva ancora i segni della forzatura. Qualcuno l’ha aperta con una spranga, poi ha lanciato dentro qualcosa che bruciava: uno straccio, una fiaccola, una molotov, non si sa. Si vedono ancora i segni del principio di incendio sulla parete opposta, nella zona letto. Il resto è quasi tutto bruciato o annerito.

Accanto alla roulotte, Daniel ha ricavato un locale soggiorno con un gazebo rinforzato e impermeabilizzato con il nailon. Tutto intorno ci sono piante, vasi, sassi bianchi a delimitare i camminamenti e l’orticello. C’è una parabola per la tv, c’è una bandiera italiana. Daniel vive in questa specie di presepe da solo, invisibile al mondo. Ma non è un barbone. Indossa un paio di jeans puliti e alla moda, scarpe linde, una maglietta stirata, è perfettamente rasato. Sulle prime è diffidente, ovviamente anche turbato. Amareggiato, non spaventato. Poi si apre e si racconta: una figlia sposata, una moglie operata ai reni che vive in Romania per le cui spese mediche se ne vanno quasi tutti i suoi guadagni da camionista; il lavoro perso e poi ritrovato; la sistemazione di fortuna ma dignitosa. Una vita di lavoro e di lotta. «Io rispetto la legge, lavoro, pago le tasse» dice mentre indica il piazzale sterrato di fronte. Spiega di averlo pulito lui in questi anni, di aver tolto la plastica, i rifiuti e le erbacce. «Prima c’erano anche altri camionisti, poi però sono stati mandati via». Da chi? «Dalla stessa persona che vorrebbe cacciare anche me». Una pausa, quindi riprende: «Prima o poi dovrò andarmene. Ma non stanotte. Non so chi sia stato a fare questo, se la persona che immagino io o un drogato, oppure un, come si dice, razzista? Ce ne sono ovunque, di razzisti. Nel mio Paese e anche nel vostro. Io so solo che credo in Gesù e lui stanotte mi ha salvato». Mostra un santino, scampato al rogo insieme a una foto di famiglia. Un’altra foto, quella della figlia, è rovinata.

Mentre parliamo arrivano gli altri, i rom dell’accampamento di sopra. Gli dicono di stare tranquillo, che potrà dormire da loro. Anche i rom però hanno perso una delle due roulotte. Loro sono in sei, una famiglia sola («Non ci piacciono i campi nomadi, sempre casini, noi vogliamo vivere in pace») che vive sopra una collinetta, attorno a una casa diroccata a picco sul mare. Il rudere è usato come cucina e ripostiglio. Le roulotte come camere. I sei rom vivono arrabattandosi tra lavoretti al nero ed elemosina. Venerdì sera erano da McDonald’s. Andati a cena alle 19, sono rientrati alle 21, quando i pompieri stavano spegnendo le fiamme da un’ora.
«Abitiamo qui da nove anni, su un terreno che ci è stato concesso dal Comune - dice il più giovane - Non abbiamo mai avuto problemi, tranne una sola volta quando alcuni ragazzi vennero a tirarci delle pietre. Ma avvenne tre o quattro anni fa. Non sappiamo chi possa essere stato ad appiccare il fuoco. Forse qualche razzista che odia i rom. Ormai i razzisti sono ovunque, anche qui».
 

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