Attenzione
Morte per overdose in comunità: 2 operatori a giudizio
A un 18enne suveretano fu somministrato per errore metadone in misura quattro volte superiore a quella prescritta
SUVERETO. Overdose. Fu questo il primo pensiero dei soccorritori di fronte a quel ragazzo trovato esanime sul letto della sua stanza, alla “Comunità Incontro” di San Felice, a Pistoia. Ipotesi confermata poi dall’autopsia. Ma nessuno avrebbe mai immaginato che, quel pomeriggio del 5 febbraio 2016, Lorenzo Giorgerini, 18 anni appena, fosse stato ucciso proprio dal metadone che gli era stato somministrato nella struttura di recupero.
Ora per la morte del ragazzo, che abitava a Suvereto, il gup del tribunale di Pistoia ha rinviato a giudizio due operatori di base. Accusati di omicidio colposo, in qualità di operatori di base in servizio nella comunità di recupero, Alice Peruzzi, 36 anni, e Filippo Giorgi, 34, entrambi pistoiesi, saranno processati davanti al giudice monocratico il 12 luglio prossimo. Secondo il pm titolare dell’inchiesta, Claudio Curreli, fu per loro negligenza che alla vittima fu somministrato in una sola volta il metadone che invece gli era stato prescritto per un arco di quattro giorni.
Il 3 febbraio precedente, Lorenzo Giorgerini era stato accompagnato dalla madre al Sert di Piombino, in vista del suo ritorno alla “Comunità Incontro” di San Felice, sulle colline di Pistoia, dopo qualche giorno passato in famiglia, a Suvereto. Lì, la dottoressa che lo seguiva per i suoi problemi, gli aveva fatto assumere una dose di 50 milligrammi di metadone, per poi fargli una prescrizione per i giorni successivi. E consegnare alla madre due flaconi: uno con 50 milligrammi per la mattina successiva, l’altro con i 200 milligrammi da assumere dal 5 all’8 febbraio, quando sarebbe stato in comunità.
La mattina dopo, 4 febbraio, la madre aveva dato al figlio la dose giornaliera di metadone, e poi lo aveva accompagnato a Pistoia. Dove, nella sede cittadina della “Comunità Incontro”, aveva consegnato alla dottoressa responsabile il metadone e la prescrizione medica, nella quale, spiega la procura, «risultava chiaramente che al ragazzo dovevano essere somministrati 50 milligrammi al giorno di metadone fino all’8 febbraio».
Quello stesso giorno, Lorenzo era stato trasferito della comunità di San Felice. Dove era stato affidato all’operatrice Alice Peruzzi, in servizio in quel momento nella struttura. Ed è da questo momento che avrebbe avuto inizio, secondo il pm, la concatenazione di eventi che ha portato alla tragedia.
Alice Peruzzi aveva riposto nella cassaforte – insieme a quelli degli altri ospiti – il flacone con il metadone destinato al ragazzo «senza verificare che contenesse il quantitativo giornaliero indicato nella prescrizione» della dottoressa di Piombino, e «senza richiedere che tale verifica fosse fatta – come previsto dal mansionario degli operatori di base della Comunità Incontro – dall’infermiere professionale». Quindi, a fine turno, prima delle 20, si era limitata a consegnare le chiavi della cassaforte al collega entrante, Filippo Giorgi, senza fargli presente che la preparazione della monodose per Lorenzo non era stata fatta dall’infermiere, che non era presente nella struttura.
E arriviamo al tragico 5 febbraio. Quando Giorgi, «pur consapevole che al momento dell’arrivo del ragazzo non era presente alcun infermiere professionale competente a preparare la monodose, e – sostiene il pm – dovendo quindi porsi il problema di chi l’avesse preparata, senza attendere l’arrivo dell’infermiera presente nella struttura quella mattina e pretendere che la stessa provvedesse alla preparazione» aveva somministrato a Lorenzo il contenuto dell’intero flacone trovato in cassaforte con sopra l’etichetta con il suo nome. Senza – accusa la procura – leggere la prescrizione medica e senza accertarsi che il flacone contenesse solo i 50 milligrammi previsti. Invece dei 200 che poco dopo lo avevano ucciso.
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