Il dolore
Caramassi: «Combatto il paradosso»
Sequestro, dissequestro, ipotesi Parla il presidente di Rimateria
PIOMBINO. Si è congedato dalla riunione “informale” con i sindaci soci di Rimateria mettendoli di fronte al cosiddetto piano C. Perché secondo Valerio Caramassi, presidente di Rimateria, se il giudice non dovesse accogliere l’istanza di dissequestro della discarica in modo totale, oppure se dovesse accoglierla in modo parziale ma dalla Regione non arrivassero tre milioni per completare i pozzi del biogas, quei soldi dovrebbero arrivare dai Comuni soci: Piombino, Campiglia, San Vincenzo e Suvereto.
A proposito dei tre milioni in questi giorni è stato detto di tutto, anche sui social. C’è chi ha messo in dubbio la cifra pubblicata dal Tirreno, citando gli 800mila euro previsti nella richiesta di Autorizzazione integrata ambientale, ma senza prendere in considerazione tutto il resto: gli stipendi dei cinquanta lavoratori (150mila euro al mese, compresi i contributi), i mutui già aperti dall’azienda, le spese di gestione. Tanto per fare un esempio, il costo delle autobotti di percolato si aggira sugli ottomila euro a settimana. Lo stesso Caramassi conferma la cifra che ha ripetuto anche ieri all’incontro, avvenuto a Venturina: «Prima però bisogna diradare il polverone che si è creato in questi giorni dopo il provvedimento».
Cioè dopo il sequestro della discarica?
«Sì. Noi stavamo risanando e siamo stati fermati, a torto o a ragione. Questo provvedimento ha un effetto paradossale, è basato sulla salvaguardia ambientale ma ottiene l’effetto opposto, mantenendo e aumentando i disagi. Buonsenso vorrebbe che si portasse a compimento almeno il risanamento impiantistico e della discarica ex Asiu».
In molti temono che quello della discarica non sia solo un problema di cattivi odori ma anche di salute pubblica.
«Si continua a far confusione. Accanto alla discarica ex Asiu ce ne sono altre tre di cui una, la famosa Li53 della ex Lucchini, dove ci sono 400mila tonnellate di roba. Ma di quella non si parla. Il piano industriale di Rimateria riguarda il risanamento di 70 ettari su cui insistono 4 discariche. Nella discarica ex Asiu c’erano problematiche impiantistiche diverse, risalenti alla notte dei tempi o almeno al 2011. Noi, con risorse nostre, stavamo realizzando e collegando i pozzi per la captazione del biogas, il cui escavo ha provocato il surplus di maleodoranze. Avremmo eliminato i cattivi odori entro giugno, realizzando le opere di regimazione delle acque piovane e la copertura definitiva entro fine anno. Il cronoprogramma prevedeva questo, non altro. Non si occupava delle altre discariche fra cui la Li53. La discarica ex Asiu è per rifiuti non pericolosi, che siano speciali o urbani. I rifiuti speciali sono la metà dei rifiuti urbani e di rifiuti pericolosi sono zeppi i cassonetti: pile, farmaci scaduti, toner. Purtroppo leggo e sento tante sciocchezze...».
Ora cosa succede?
«Succede che può saltare l’azienda, succede che 50 famiglie possono finire sul lastrico, succede che la sinistra ascolta gli umori e si dimentica totalmente delle persone in carne e ossa e questo mi manda fuori di cervello... ma questa è una cosa mia personale. Qui rischiamo di avere il male, il malanno e l’uscio addosso, come diceva mio nonno: l’azienda fallita, 50 persone a casa e i lavori di messa a norma della discarica da completare. Non si capisce chi dovrebbe farli. È sulla base di questa valutazione che abbiamo chiesto il dissequestro».
Pensa di poter ottenere un dissequestro totale?
«Noi ci speriamo. Il sequestro ci ha già causato un danno non indifferente: eravamo in procinto di chiudere con la vendita del primo 30% delle azioni, era in corso la procedura per vendere il secondo 30%, le banche avevano visto che avevamo ricominciato a produrre valore e ci avevano dato fiducia. La botta è stata notevole. Tuttavia, potremmo riprendere il percorso con danni sopportabili».
E nel caso di dissequestro parziale, cioè senza i conferimenti?
«Dovremmo trovare il modo non solo di finanziare i lavori per il biogas, ma di vivere finché non ci faranno riprendere i conferimenti. E per vivere servono tre milioni».
Perché tre milioni?
«Per fare i lavori diretti, per gli stipendi, le spese correnti, per i mutui in corso, per le ditte da pagare. E tutto questo senza una linea di ricavo. Tre milioni è la somma calcolata per restare vivi da qui a 5 mesi.
Perché 5 mesi?
«È un calcolo prudenziale. Se ci dissequestrano a fine aprile-primi di maggio perdiamo un mese e mezzo sul cronoprogramma e si slitta a metà agosto. E non sarà un problema da poco in piena estate».
Questi tre milioni potrebbero arrivare dalla Regione?
«Ho sentito parlare di un fondo di rotazione ma ho i miei dubbi».
E quindi?
«E quindi è stato proprio il tema affrontato in via informale con i sindaci o i loro rappresentanti. Ho esposto questo scenario C, chiamiamolo così: dissequestro parziale e niente fondo regionale. In questo caso i soci devono provvedere».
Reazioni?
«Non ho colto atteggiamenti ostativi. Il punto è un altro: ci sono i soldi nelle casse dei Comuni? E in ogni caso anche questo sarebbe un prestito che Rimateria restituirebbe prima possibile con gli interessi, non un finanziamento a fondo perduto. I Comuni stanno valutando questo eventuale prestito ponte. Martedì 10 si riunirà l’assemblea dei soci per deliberare un orientamento».
Se risponderanno picche?
«Senza ricavi, l’azienda salterà per aria. E pensare che in due anni abbiamo dimezzato il debito ereditato da Asiu, finanziato le opere di risanamento e ammortizzato gran parte degli impianti fermi. E il buco era enorme».
Trenta milioni?
«Io direi 50: il debito, più le risorse necessarie per risanare gli impianti, più altri interventi su impianti mai utilizzati tipo quello del Cdr e la piattaforma per il riciclo. Il buco a luglio 2015 era di circa 50 milioni: 30 per l’ex discarica più gli impianti sfondati e svalutati. Con un fatturato Asiu di 15 milioni. Tenete conto che Aamps a Livorno aveva 40 milioni di debito e 80 milioni di fatturato. Le condizioni di Asiu create in sette-otto anni erano più devastanti».
Le responsabilità sono al centro della stessa indagine e anche di un acceso dibattito in città.
«Le polemiche retrospettive sono comprensibili politicamente ma, per quello che ci riguarda, non fanno farina. I soci erano gli stessi di Asiu, i Comuni: per anni e anni hanno assistito a un progressivo deterioramento di quell’azienda. A luglio 2015 la svolta, si era ricominciato a riprodurre valore. E tutti i soggetti che dovevano controllare finalmente hanno cominciato a farlo: Noe, finanza, forestale, Arpat. Tutte le settimane. Io la vedevo come una cosa positiva, convinto che per noi questi controlli fossero una specie di certificato di garanzia. Invece, ecco il paradosso: quando si risolvono i problemi si bombarda e quando si creano si ignorano».
Perché secondo lei?
«Dico questo. Il Noe è venuto più volte dal febbraio 2017 quando la situazione era ben peggiore e prima che cominciassero le gare e i lavori. L’ultima volta nel febbraio di quest’anno, quando i lavori erano in fase avanzata. Dopodiché, ecco questo sequestro. Vuol dire che una causa scatenante c’è stata e io non ho dubbi su chi l’abbia scatenata, anche se magari chi lo ha fatto non se ne è reso conto».
Si riferisce al sindaco di Suvereto, Giuliano Parodi?
«Io dico solo che se un pubblico ufficiale scrive che la discarica non è a norma e che vanno fermati i conferimenti minacciando di rivolgersi alla Procura, la magistratura deve intervenire. Vorrei aggiungere una cosa».
Prego.
«Io ora combatto, anche per quelle 50 famiglie che stanno per stramazzare. Ma c’è un’onta illavabile che non sopporto, e che viene evocata anche in questi giorni. Quella del 14 dicembre».
Si riferisce all’indagine della Dda di Firenze e della Procura di Livorno sui traffici illeciti di rifiuti in Toscana?
«Sì. Associazione per delinquere è una cosa che mi sconvolge. Io vengo da famiglia di operai comunisti dove la morale sconfinava nel moralismo. Quando tutto questo sarà finito, non mi occuperò mai più di rifiuti nemmeno sotto tortura».
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