Il Tirreno

L’ex assessore e scrittore ricorda il suo “Paradisino”

di M. ANTONIETTA SCHIAVINA
L’ex assessore e scrittore ricorda il suo “Paradisino”

Il luogo simbolo delle estati di San Vincenzo rivive nel libro di Fabio Camerini Nostalgia e cronaca della trasformazione dello stabilimento balneare

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«Se lancio lo sguardo da quella parte mi appare nitido nella sua fierezza; se apro una delle finestre che lo sovrastano mi mostra il suo verde cappello; se lo scruto tra le fessure della sua rete metallica mi occhieggia tra luci e ombre tutto il suo non perduto fascino. Se lo ascolto nelle fredde serate invernali mi bisbiglia con il tremolare dei suoi arbusti; d’estate invece non c’è bisogno di drizzare gli orecchi perché la sua presenza, tra eccessi e sottofondi, è costante. Così come nelle ventose giornate autunnali e primaverili, quando gli strepitii delle foglie e gli scricchiolii di rami e tronchi incurvati manifestano tutta la loro imponente presenza. Ma anche il cinguettio del passero o il canto dell’usignolo, come lo stridere della rondine o il rotolare del riccio, insieme a una variegata e composita compagnia, allestiscono una lieve e delicata sonorità orchestrale. E poi il suo profumo, unico e inconfondibile, un impasto di polline e salmastro che si espande e sale dappertutto e va a mischiarsi con tutti gli altri odori pregnanti che sprizzano da ogni angolo. Tutto questo dall’esterno, perché nel suo dentro tutto si amplifica a dismisura. Visioni, rumori, odori si impastano e raggiungono il massimo, integrandosi in una miscela perfetta, anche se in parte scalfita nel tempo. Questo è “il mio Paradisino”: un rettangolo di sogni, di esperienze, di speranze, di avventure, ma anche di natura incontaminata, in parte spezzata dal cosiddetto progresso o, forse meglio, dall’avidità di chi non sa distinguere tra amore e interesse. Comunque, e nonostante tutto, un ettaro di vita».

Molti ricordi ma anche qualche rimpianto nell'incipit del libro “Il Paradisino- una storia tra pubblico e privato”, che Fabio Camerini - sanvincenzino, classe 1951, insegnante di scienze matematiche, un passato attivo in politica nell’amministrazione comunale di San Vincenzo - ha dedicato allo stabilimento balneare pensato in origine dalla Solvay per la ricreazione dei suoi dipendenti. Un'isola felice che ha visto l'infanzia, l'adolescenza e la maturità di tanti sanvincenzini, ma anche di molti turisti e che, come scrive Camerini, è stata privata della sua magia “per ragioni di pura avidità”.

Perché ha deciso di dedicare un libro al Paradisino?

«La mia abitazione confina con un lato della sua recinzione e ho abitato lì fin dalla nascita, incominciando a frequentarlo da piccolo senza smettere più, almeno fino alla sua ultima trasformazione. E anche nel periodo invernale, quando lo stabilimento chiude, dalle finestre lo vedo: quasi lo tocco».

Un racconto nostalgico il suo, ma amaro. Pieno d'amore e di qualche delusione.

«C'è stato un momento della mia vita in cui entrare nel Paradisino era diventato naturale, come soggiornare in casa propria. Vi ho trascorso anni importanti, ho conosciuto persone che mi hanno trasmesso valori formativi, ho vissuto esperienze che mi hanno aiutato a crescere. Poi un giorno l’ho visto scomparire, sentendomi un po’ responsabile, visto il ruolo di amministratore che ricoprivo in quel periodo».

Come mai dopo averlo scritto ha lasciato riposare a lungo le pagine, per pubblicarle ora?

«Ho avuto spesso la voglia di dare il mio racconto alle stampe, ma ho sempre lasciato perdere. Mi mancava la vera motivazione, che è arrivata a giugno dell’anno scorso, quando mi sono ritrovato con una buona parte di quelli del gruppo storico del Paradisino anni Settanta, che mi ha spronato alla pubblicazione. E sabato, 7 aprile, giorno in cui alle 16,30 presenterò il libro alla Torre di San Vincenzo (insieme a Giovanni Manetti e Daniele Govi), a sostenermi ne verranno molti, anche se purtroppo ci sarà una grande mancanza: quella di Giampaolo Talani, che ci ha lasciato il 16 gennaio di quest'anno. Lui era uno del gruppo e ha scritto una bellissima prefazione al libro».

Come ha strutturato il racconto?

«L'ho diviso in due parti. Una più personale, romantica, nostalgica; un'altra più politico-amministrativa, in cui descrivo come si è arrivati all’attuale trasformazione, riportando anche documenti e dichiarazioni ufficiali. Ci sono poi oltre 40 foto, di cui molte inedite e una serie di pensieri scritti dalle tante persone che negli anni hanno frequentato il Paradisino».

Un luogo che avrebbe dovuto restare intatto e invece è stato stravolto. Una mutazione che lei, come tanti che lo hanno amato, non è riuscito ad accettare.

«Ma forse la colpa è mia, che non ho saputo adeguarmi a una società cambiata profondamente. Del resto la storia del Paradisino che descrivo è la metafora dell’evoluzione della società negli ultimi 50 anni».

“La grandezza non è mai stata in me. Ho sempre vissuto di emozioni. E continuerò a farlo”, scrive in un post sul suo profilo facebook. Ma come insegnante chi è Fabio Camerini?

«Rigoroso e severo nei comportamenti, aperto però al dialogo e comprensivo soprattutto verso chi mostra delle difficoltà».

Che studente è stato?

«Uno che andava a scuola per dovere e non per piacere. La vera passione per lo studio è sbocciata solo all’università, dove mi sono laureato con il massimo dei voti».

Ha tre figli. Come li ha educati?

«In modo tradizionale. Rigoroso nei principi morali, ma allo stesso tempo affettuoso. Simone, il primo, ha 35 anni e lavora nello studio di un commercialista. Francesco e Chiara di 25 anni, sono gemelli: il maschio è personal trainer nella palestra Azzurra di Giorgia Macchi, mentre la femmina è ancora in attesa di un’occupazione definitiva e si impegna in lavori stagionali. Ho sempre lasciato loro la libertà di scegliere, sia negli studi che nelle attività lavorative, pur non facendo mai mancare i miei consigli».

Anche sua moglie insegna?

«No. Stefania (Gennai ndr) è casalinga».

Da quanto state insieme? E come è nato il vostro amore?

«Ci siamo sposati il 13 settembre 1980, dopo due anni e mezzo di fidanzamento. L'incontro è avvenuto all’interno di un gruppo di amici, che si ritrovava la domenica pomeriggio. Stefania è stata l’ultima ad aggregarsi, perché era la più giovane e appena la conobbi dentro di me scattò qualcosa; lei invece ci mise un po’ più di tempo a decidersi».

Se non avesse fatto l'insegnante quale mestiere avrebbe scelto?

«Non ho dubbi: quello dello scrittore o del giornalista. Fin da piccolo mi piaceva scrivere di tutto e ho continuato a farlo sempre. I cassetti del mio studio sono pieni di racconti, lettere, poesie, diari, romanzi, appunti, riassunti e articoli di giornali da me inventati».

Parliamo di politica. Qual è il bilancio del suo impegno come consigliere e vice sindaco nel Comune di San Vincenzo?

«Positivo. Mi ero posto subito degli obiettivi precisi, che sono riuscito a realizzare con la piena condivisione della giunta e del sindaco Michele Biagi, che mi ha sempre sostenuto sotto ogni punto di vista. Penso all’apertura del Cinema Teatro Verdi, alla realizzazione delle due pinacoteche alla Torre, all’apertura dell’archivio storico, ai percorsi d’arte, all’apertura del chiosco della fotografia e a tutti gli eventi connessi».

Come vede la politica oggi?

«E' la stessa di quella di sempre, anche se sono cambiati gli interpreti, la cui qualità è andata tristemente peggiorando. Inoltre c’è maggiore aggressività e minore rispetto su tutto. Ma è la società che è cambiata e la politica non è altro che il suo specchio».

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