Il Tirreno

«Ruggero nostro simbolo della lotta per la sicurezza»

di Maria Antonietta Schiavina
Alcuni dei ragazzi del centro Soul of dance a Calamoresca per il Primo maggio dell’associazione Ruggero Toffolutti
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Alcuni dei ragazzi del centro Soul of dance a Calamoresca per il Primo maggio dell’associazione Ruggero Toffolutti

Vent’anni fa in Magona la morte del giovane operaio; la madre Valeria racconta quel giorno straziante e la scelta di sensibilizzare i cittadini attraverso il suo nome

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PIOMBINO. Ruggero, Matteo, Roberto e Valeria. Una famiglia piombinese come tante altre, con sogni semplici: affetti, amici, lavoro e una vita che sembrava immune da pericoli. Quando Ruggero è morto il 17 marzo 1998 su una linea di zincatura in Magona per un terribile incidente, il nome di quella famiglia ferita è diventato una bandiera per dire “mai più”, mai più morti sul lavoro. Valeria Parrini Toffolutti è una giornalista – storica - della cronaca del Tirreno ed è diventata, suo malgrado, l'anima dell'associazione “Ruggero Toffolutti per la sicurezza dei luoghi di lavoro“ nata vent’anni fa. E da vent’anni si batte perché tragedie come quella che ha colpito la sua famiglia non accadano più. Ma anche per la dignità di tutti i lavoratori che nonostante il progresso è ancora calpestata da chi detiene il potere.

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Vent’anni da quel giorno che ha sconvolto con la morte di Ruggero la tua famiglia. Cosa ricordi di quei momenti?
«Tutto. Dal suono di un’ambulanza che mi raggelò, alla telefonata in redazione della collega che mi informava di un mortale in Magona. Da lì cominciò la ricerca affannosa per sapere chi fosse. Lo confermò un sindacalista che si trovava davanti al corpo, anche se dentro di me lo sapevo già. Poi c’era da cercare Roberto - mio marito e padre di Ruggero - per dirglielo. Rimanemmo a lungo abbracciati in garage. Più tardi, il compito più difficile: informare nostro figlio Matteo che all'epoca aveva solo 8 anni».

Come gli avete spiegato che suo fratello non c’era più?
«Roberto lo prese sulle ginocchia dicendo che aveva due notizie da dargli, una bella e una no, come nelle barzellette. Quella cattiva era che tato si era fatto male al lavoro. L’altra, che mamma Elena (la donna che aveva messo al mondo Ruggero e che Matteo chiamava così) era venuta dal cielo perché voleva stare un po’ con il suo bimbo. Matteo contrasse il viso per un secondo e poi disse che era contento per mamma Elena ma che l’altra notizia era brutta brutta. Ha pianto solo dopo sei mesi, al termine di un giochino che c’eravamo inventati lui e io per far scendere, sera dopo sera, quel sasso che era lì da quel giorno, come aveva raccontato lui stesso toccandosi il petto».

Chi era Ruggero prima di diventare un numero nella statistica delle morti sul lavoro?
«Un ragazzo come tanti, già colpito duramente dalla vita per la morte della mamma. Aveva molti amici e una grande passione per il calcio. Giocava molto bene. Tifava Milan ed era fan di Van Basten. Da qui il suo pseudonimo calcistico e il titolo del torneo che ogni estate si svolge sul campo che porta il suo nome: Van Toff. Era un ragazzo buono e simpatico. Bello. Uno che non riusciva a portare rancore. E non perché si dice sempre così. Ancora oggi su facebook ogni tanto spunta una sua foto sui campi di gioco o con gli amici. Ed è sempre accompagnata da parole di grande affetto... Ruggero adorava suo fratello. “E’ nato nel 1990, l’anno del mondiale. Mondiale come lui”. Ed era contento del lavoro che aveva trovato in fabbrica perché gli avrebbe consentito più autonomia. Ma aveva anche qualche timore, espresso inutilmente a dei colleghi della Magona, contrattualmente più forti di lui che lavorava da poco tempo e in una ditta d’appalto».

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Come reagirono i compagni di lavoro, i sindacati e la città, di fronte alla tragedia?
«Gli amici, i compagni di lavoro e del calcio ci furono vicini. Le attestazioni di cordoglio furono innumerevoli. Il dolore si respirava. Al funerale, in Sant’Antimo, c’era il mondo. Ricordo che don Pierluigi Castelli parlò di un’altra morte “atroce e procurata”. Utilizzammo quella frase per fare i biglietti di ringraziamento. I sindacati indissero un paio di ore di sciopero».

E l’azienda?
«Provò a fare quello che si fa sempre in casi di questo genere: colpevolizzare chi non poteva difendersi. Ma andò male, grazie ad una inchiesta condotta egregiamente dal pm Antonio Giaconi, scomparso di recente. Ci furono diverse condanne anche se, come sempre in questi casi, nessuno le scontò».

Sembra passata un’epoca e forse è passata sul serio ma allora il lavoro in fabbrica era davvero il centro della vita della comunità. Come erano percepite dalla gente comune le morti sul lavoro? Incidenti? Fatalità? Un rischio da correre?
«Per chi non era colpito, probabilmente qualcosa da mettere in conto. Ma non sempre. Una componente operaia forte e radicata a sinistra, da un punto di vista sindacale e politico, molto prima del 1998 aveva individuato delle responsabilità nelle ragioni economiche, di mercato. Nel profitto, per dirla con una parola che piano piano sta andando in disuso. Solo la parola però. Contemporaneamente si ragionava in termini di “fumo uguale pane”. E ancora capita di sentirlo anche se con parole diverse. Questa città ne ha avuti tanti di morti come Ruggero o per malattie professionali. Qualsiasi scelta per il futuro deve ricordarseli, anche perché quando si mettono in competizione ambiente, salute e sicurezza con posti di lavoro, si finisce col perdere anche l’occupazione».

In famiglia chi per primo ha avuto l’idea di dare vita all’associazione Ruggero Toffolutti?
“Io. Sono nata in una famiglia operaia e non l’ho mai dimenticato. Mio padre finì in cokeria per motivi politici ammalandosi e di morti per infortunio ne ho scritto fin da quando ero corrispondente dell’Unità. Alcuni di questi lavoratori li conoscevo, ero amica delle loro mogli. Certo, quando poi a morire, e in quel modo, è tuo figlio, crolla un mondo e il senso dell’ingiustizia che hai si centuplica. In un’intervista Roberto ed io dicemmo che avremmo voluto costituire un coordinamento di familiari di vittime del lavoro. Quell’anno a Piombino furono ben quattro e gli avvocati della Cgil che ci seguivano, Giorgio Bellotti e Lorenzo Calvani, ci convocarono mettendosi a disposizione. Bellotti suggerì però di scegliere la formula dell’associazione aperta a tutti. E così, dopo una serie di riunioni, il 30 dicembre dello stesso anno registrammo l’associazione, mantenendo la promessa che avevo fatto a Ruggero poco dopo. Quella di attivarci per sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso il suo nome. Mio marito è sempre stato d’accordo e mi ha sostenuta».

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Oggi cosa teme per il compito che ti sei prefissa?
«Temo che troppo spesso queste tragedie scivolino addosso. La crisi ha favorito l’abbassamento della guardia e della sensibilità. Quando il lavoro manca, per averlo si fa di tutto e senza farsi, o fare ad altri, troppe domande. Se ne parla a ridosso di qualche tragedia, specialmente se i morti sono più di uno e in un solo incidente. O nella giornata canonica. Poco più».

Da un punto di vista più immediato come è la situazione sui luoghi di lavoro sia per i dipendenti che per gli imprenditori?

«Non sono in grado di fare un quadro compiuto anche perché dubito ci sia. Spesso le aziende percepiscono la sicurezza come un costo da ridurre. E’ una visione miope, oltre che incivile. L’esiguità dei controlli e la mancanza di repressione fanno il resto. Dai lavoratori stessi può essere ritenuta un inciampo, un qualcosa che fa perdere tempo. Insomma, c’è molto da fare anche sul piano culturale».

Sempre di più il mondo del lavoro ha una presenza massiccia di immigrati di prima e seconda generazione, che spesso non hanno avuto il tempo di assorbire la cultura della sicurezza. La Toffolutti come vede questo problema?
«La mancanza di cultura della sicurezza è un problema che non riguarda solo gli immigrati. E’ chiaro però che tra di loro si acuisce sia per l’ulteriore ricattabilità che subiscono, per cui sono disposti a lavorare ad ogni condizione, sia per problemi oggettivi come la lingua e l’impossibilità di interpretare la cartellonistica. Ci sono interessanti interventi proprio in questo ambito da parte di aziende sanitarie della stessa Toscana. La formazione è decisiva ma c’è da fare un’altra considerazione».

Quale?
«I lavoratori, indipendentemente dalla provenienza, potranno frequentare tutti i corsi del mondo, prendersi un master in sicurezza a Cambridge. Se poi si imbatteranno in un mercato del lavoro senza regole, in leggi penalizzanti come la Fornero o nei falsi progetti di alternanza scuola lavoro, quegli attestati resteranno pezzi di carta e la soglia del rischio si abbasserà. E’ altrettanto vero che oggi in un mondo che cambia velocemente, basti pensare al popolo delle partite Iva o ai nuovi mestieri, la sicurezza si trova davanti a scenari diversi che richiedono risposte articolate che ora non abbiamo ma su cui pensiamo di lavorare».

Vent’anni, un traguardo importante anche se, nonostante il trascorrere del tempo, per la famiglia di Ruggero ancora doloroso. A chi dedicate questo anniversario?
«Come sempre ai morti sul lavoro o per lavoro e ai loro familiari. A Giorgio Bellotti e a un altro socio fondatore deceduto, Marco Giovannelli, per la sensibilità e l’intelligenza con cui ci hanno sostenuti. E poi a chi ha capito subito che facevamo sul serio e ci è rimasto accanto. Ma anche a chi ha sperato che non facessimo sul serio. Gente insospettabile che ci ha remato contro. Non impedendoci però di continuare il nostro viaggio».
 

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