La manifestazione
IL PRIMO VERO SOCIAL NETWORK
«Ci troviamo al fondo». Anche per noi, generazione nata negli anni Sessanta, il fondo era una cosa normale. O almeno, lo era per quei fortunati che ne avevano uno. Per gli altri, c’erano il bar e la...
«Ci troviamo al fondo». Anche per noi, generazione nata negli anni Sessanta, il fondo era una cosa normale. O almeno, lo era per quei fortunati che ne avevano uno. Per gli altri, c’erano il bar e la strada.
Al fondo si ascoltava musica, si fumava una sigaretta, magari anche un po’ d’erba, si facevano le prime esperienze sessuali. Oppure si discuteva. Di tutto. Si socializzava, allora come ora. Il fondo era, e forse è rimasto, un luogo di crescita. Un posto dove non ci sono i grandi, non ci sono i genitori, non ci sono gli insegnanti.
Il fondo era e torna a essere uno dei tanti riti di passaggio, di affrancamento dall’adolescenza. Negli anni Settanta-Ottanta era anche una risposta alla mancanza di discoteche e locali di aggregazione per giovani. Soprattutto in una città-dormitorio, una Piombino operaia scandita dai ritmi della fabbrica. Ecco che allora al fondo c’erano luci colorate, soffuse o psichelediche, più o meno elaborate a seconda degli spazi, dei gusti e delle tasche dei ragazzi. C’erano divani riciclati, cuscini, tende, bandiere, poster. C’erano immagini di rockstar o di Che Guevara, manifesti contro la guerra o roba meno impegnata. C’erano angoli bar con bibite e alcolici.
Il minimo comun denominatore però era uno: la musica. Che provenisse da una consolle attrezzata o semplicemente da un “cassone”. C’erano vinili e musicassette. Oggi il comun denominatore è la playstation. Sono sparite le luci e certi poster. Il resto è solo aggiornato ai tempi.
Anche oggi un fondo è un piccolo centro di aggregazione giovanile. Un luogo dove si parla. E in un’epoca dominata dai social, dai post, da whatsapp, un luogo in cui i ragazzi si guardano negli occhi e si parlano è già rivoluzionario in sé: la riscoperta del primo, vero social network.
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