Il Tirreno

Jindal, la città è piena di dubbi «Acciaio sì, ma che sia pulito»

di Claudia Guarino
Jindal, la città è piena di dubbi «Acciaio sì, ma che sia pulito»

Dopo tante crisi e innumerevoli promesse, tutti aspettano di vedere i fatti seguenti alla firma dell’accordo preliminare per il passaggio di Aferpi agli indiani

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PIOMBINO. Mordashov, Rebrab, Jindal. La cassa integrazione, il commissariamento, lo spegnimento dell’altoforno, l’accordo di programma. La paralisi delle attività, la crisi dell’indotto, l’alternativa tra la vendita e il nuovo commissariamento. Tutto in dieci anni.

Gli eventi scorrono, il fumo non esce più dalle ciminiere, lo spolverino non ricopre più i cornicioni delle finestre, macchiando i lenzuoli appesi sui balconi e insinuandosi nei polmoni. La fabbrica non è più il motore economico di Piombino. Si staglia lì, immobile, contro il mare, con il suo assordante silenzio.

Ma il primo marzo c’è stato qualcosa di diverso. C’è stata la firma dell’accordo preliminare per la cessione di Aferpi dagli algerini di Cevital alla Jindal south west dell’indiano Sajjan Jindal e, in città, è tanta la voglia di credere che rialzare la testa sia possibile. La speranza di una ripresa, in realtà, non è mai morta totalmente, ma, con il tempo, si è affermata l’impressione di un immobilismo infinito.

Con il passare degli anni, quelle che sembravano realtà concrete si sono trasformate in illusioni e a vincere è stata la delusione. Adesso, il giorno dopo la firma del preliminare d’acquisto, in città c’è chi pensa che Jindal sia in grado di offrire qualcosa in più rispetto a Rebrab, perché è un esperto del settore. E’ un magnate dell’acciaio, non solo un imprenditore.

Rimane però lo scetticismo. Il dubbio è che Jindal si riveli una bolla, destinata a scoppiare nel periodo immediatamente successivo alle elezioni. Però, se acciaio sarà, e su questo molti piombinesi concordano, dovrà essere acciaio pulito. La convinzione è che una rinascita industriale debba, infatti, necessariamente essere compatibile con la tutela dell’ambiente, perché, come dice qualcuno «è meglio morire di fame che di tumore».

«Io sarei favorevole a un’eventuale riaccensione dell’altoforno, se una cosa del genere fosse possibile – dice Paolo Galletti - Però con tutte le accortezze necessarie al rispetto dell’ambiente e alla tutela della salute».

Paolo Galletti è in compagnia di Ivo Verani, Gianfranco Lupi, Alberto Trani e Antonio Defraia, tutti ex dipendenti Lucchini, adesso in pensione. «La questione va inserita nell’ottica di un discorso meramente pre-elettorale – afferma Trani - Quello firmato è solo un accordo preliminare, senza alcun piano industriale», non ci sarebbe, nello specifico, ancora nulla di certo. «Tuttavia – aggiunge Trani – la speranza in una svolta c’è».

La volontà di credere alla possibilità di un cambiamento tanto atteso, insomma, si accompagna allo scetticismo legato al periodo in cui è giunto l’accordo: tre giorni prima delle elezioni. «Tutto ciò è quanto meno sospetto – dice Danila Negrini - Finora abbiamo visto più promesse che fatti e gioiremo quando vedremo ripartire il lavoro. Nonostante questo, scelgo di essere fiduciosa».

In molti, in città, attendono di capire quali saranno gli sviluppi successivi alla firma dell’accordo preliminare. Secondo Massimiliano Zanni, dipendente di Piombino Logistics, «Jindal sembra essere un colosso dell’acciaio, ma aspettiamo di vedere cosa succederà dopo le elezioni. Qualunque cosa si deciderà di fare, comunque, sarà necessario trovare un modo per garantire il rispetto dell’ambiente».

Come dice Lorenzo Perini, insomma, «bisognerebbe investire per costruire qualcosa che sia produttivo e, allo stesso tempo, attento all’ambiente».

«Può darsi che dopo il 4 marzo la bolla scoppi – aggiunge Fabrizio Gattoli, ingegnere in pensione, un tempo al lavoro in Lucchini - Ma secondo me Jindal, che mi pare più interessato al porto che all’altoforno, è l’unico che, in questa fase, può fare qualcosa, da esperto dell’acciaio qual è. Dobbiamo crederci».

Passeggiando per la città è facilissimo imbattersi in persone che sono state occupate nell’industria, che ci lavorano adesso o che hanno parenti impiegati in Aferpi. Come Maria Rosaria Consiglio. «Mio figlio lavora in fabbrica – dice - Ma è fermo da un anno, lo richiamano qualche volta, per lavori saltuari. Speriamo in bene per il futuro. Anche Rebrab all’inizio sembrava poter portare un cambiamento».

I piombinesi, insomma, sono dubbiosi. Ma sotto la sfiducia, sedimentata in anni di aspettative deluse, c’è la volontà di credere che qualcosa di diverso possa e debba accadere, «perché senza speranza si muore», come dice qualcuno in città.

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