Il Tirreno

Il barrocciaio che fu ucciso dagli stupratori

di Claudia Guarino
Il barrocciaio che fu ucciso dagli stupratori

Otello Moretti ricorda il gesto del padre Mario che perse la vita per salvare una ragazza

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PIOMBINO. Quando suo padre è morto, ucciso a calci e pugni, Otello aveva otto anni. Andava a scuola e fino a poco tempo prima la sua quotidianità era scandita dai suoni e dalle immagini della guerra. Il rumore degli spari s’irradiava nell’aria, mettendo le sue radici nel profondo. La vista dei corpi riversi a terra lasciava una traccia indelebile nell’anima, creando sensazioni esprimibili solamente da chi ha vissuto, in prima persona, l’orrore. Ma la vita di Otello Moretti è stata stravolta la notte tra il 18 e il 19 gennaio 1947. Suo padre Mario faceva il barrocciaio. Era un uomo di una sessantina d’anni, non troppo alto e cieco da un occhio a causa di un incidente. La sera, verso le 21, era solito recarsi a sfamare il cavallo e qualche volta, prima di rientrare a casa, si fermava all’osteria vicino alla stazione. Due chiacchiere e un po’ di relax dopo il lavoro, per scrollarsi di dosso la fatica della giornata.

Quel giorno di gennaio, però, le cose andarono diversamente. Mentre stava rincasando sentì delle grida provenire da via Carducci, a Piombino. Era una ragazza, si chiamava Neva Costagli. Chiedeva aiuto, importunata insistentemente da un gruppo di ragazzi intenzionati a consumare un rapporto sessuale con lei. È per questo che era stata trascinata all’interno del recinto ferroviario. A quel punto Mario intervenne. «Mascalzoni, non vi vergognate?», disse. Fu massacrato di botte. Ricevette pugni e calci, violenti a tal punto da causare un’emorragia interna. Li supplicò di smettere, ma i malviventi continuarono a percuoterlo, inveendo contro di lui. Morì qualche ora dopo, nella sua casa. Non prima di aver pronunciato i nomi dei suoi aggressori, nei confronti dei quali iniziò un processo terminato, come riportano i giornali dell’epoca, con la condanna a sei anni e otto mesi di carcere per Alfredo Bellatalla e Adriano Baroni e a quattro mesi di reclusione per Alfonso Natali. Scontarono la pena detentiva nella prigione del Castello di Piombino, condannati anche al risarcimento dei danni che ,però, «non c’è mai stato», sostiene Otello Moretti, il quale afferma anche che, all’epoca, non ci fu alcun appoggio da parte delle istituzioni nei confronti suoi e della famiglia. Il consiglio comunale si limitò a riunirsi per deplorare fatti che, a Piombino, suscitarono scalpore, anche perché in città si conoscevano tutti e gli omicidi non erano all’ordine del giorno.

I funerali di Mario Moretti, poi, furono molto partecipati. Ogni barrocciaio della città portò il suo cavallo. Fu un momento di cordoglio molto sentito. La vita di Otello, d’altra parte, era già difficile prima degli otto anni. Era nato in tempo di guerra ed era figlio di due genitori non sposati, i quali avevano già tre figli ciascuno. Era un figlio illegittimo e questo, all’epoca, era motivo di vituperio oltre che di discriminazione. Con la morte del padre le cose peggiorarono ulteriormente. Otello non ottenne alcun aiuto esterno o sussidio e a un certo punto smise di frequentare la scuola, perché in famiglia c’era bisogno di soldi. A 12 anni iniziò a lavorare. Prima fece il calzolaio, poi si occupò del trasporto medicine per conto della farmacia. A 14 anni iniziò a fare il muratore per alcune ditte, fino a che non si inserì nelle acciaierie, intorno ai 30 anni. «Il mio carattere è duro, perché ho avuto un’esistenza dura», dice Otello, che adesso ha 80 anni e nel corso della sua vita ha avuto modo di incontrare Barone e Bellatalla: «Il primo lo vidi a 14 anni. Gli dissi di stare attento. Lui si scusò di ciò che aveva fatto a mio padre, affermando che non valeva la pena che io mi rovinassi la vita per uno come lui. Ho incontrato più tardi anche Bellatalla. Ma in quel caso gli avvenimenti non sono stati così tranquilli».

A Mario Moretti è stata conferita, nel 2007, la Medaglia d’oro al Merito civile, perché, si legge sul sito del Quirinale, «con slancio e determinazione accorreva in soccorso di una giovane donna che alcuni balordi tentavano di violentare. Luminosa testimonianza di elette virtù civiche, di nobile spirito altruistico e umana solidarietà».

Il 25 novembre dello scorso anno il Comune di Piombino ha inaugurato, in piazza Gramsci, una targa dedicata alla sua memoria per essere «accorso in aiuto di una giovane donna che alcuni malviventi tentavano di violentare. Morì per le ferite ricevute».

Da quel 19 gennaio 1947 sono passati 71 anni ma Otello ne porta ancora dentro il dolore, perché certe ferite, a volte, non si rimarginano mai.

Quando parla affiora un mosaico di emozioni, toni e gesti accompagnano le parole e lo sguardo, talvolta, si vela. E, come ha detto nel discorso pronunciato il 25 novembre in occasione dell’inaugurazione della targa, «Mario Moretti non era un eroe. Era una persona comune, un semplice barrocciaio. Però quella sera, di fronte a chi chiedeva aiuto, scelse di intervenire. Quello che è successo ieri si sta ripetendo oggi, con l’aggravante che le persone sono più propense a riprendere con il cellulare, invece di fare qualcosa per chi è in pericolo. Altri, invece, fanno finta addirittura di non vedere, non pensando che la stessa cosa potrebbe capitare a un loro caro. E il mio desiderio più grande è che il coraggio di quest’uomo comune possa essere di esempio per dare un senso e un significato più profondo al suo sacrificio. Ed è giusto che questa targa, che commemora questo gesto coraggioso, sia qui, in questa piazza bellissima piena di sole, così che tutti possano vederla».

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