Il Tirreno

RITRATTI

Da Orbetello a S. Vincenzo per far nascere i bambini

di Maria Antonietta Schiavina
Francesca Antonini, 90 anni, per una vita ostetrica a San Vincenzo (foto Enzo Russo)
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Francesca Antonini, 90 anni, per una vita ostetrica a San Vincenzo (foto Enzo Russo)

La storia di Francesca Antonini, novantenne, e quel lavoro amato per 30 anni Ha aiutato centinaia di partorienti, e con suo marito ha adottato due bimbe

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SAN VINCENZO. Per oltre trent’anni è stato il primo viso che centinaia di piccoli hanno visto quando sono venuti alla luce, prima ancora dello sguardo materno. Sul finire degli anni ’50 Francesca Antonini – 90 ben portati nonostante qualche acciacco, e una memoria ancora viva-, è stata l’ostetrica delle donne di Cinigiano, del Cilento, del Giglio, e infine, di San Vincenzo, dove ha retto la condotta fino al 1991. Non ricorda più quanti bambini ha fatto nascere, tanti, centinaia. Ma ricorda bene quell’emozione profonda che ogni volta si è ripetuta e ancor oggi custodisce come il bene più prezioso che la vita le ha regalato, oltre alle sue due figlie, adottive ma amate come se le avesse partorite lei, in quel giorno lontano di tanti anni fa, in cui è andata a prendersele insieme al marito in un istituto di Firenze: piccole e spaurite, in cerca solo di una famiglia che potesse riscattarle dal loro passato.

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Una scelta la sua, di diventare ostetrica, dettata da una motivazione particolare?
«Non so perché ho deciso di prendere quella strada. Due mie sorelle avevano fatto le magistrali e insegnavano, un’altra dopo la scuola professionale era entrata come operaia nella Polveriera Guzman di Orbetello, dove eravamo andati ad abitare quando io avevo due anni, perché nostro padre aveva trovato un posto sempre alla Guzman come piombista. Volevo imboccare una strada che mi potesse dare soddisfazione e dopo averci pensato un po’ decisi che mi sarebbe piaciuto aiutare le donne a partorire».


Qual è stato il suo primo incarico dopo il diploma?
«Mi chiamarono come supplente nella condotta di Cinigiano. Avevo 23 anni, ero contenta, il lavoro mi piaceva e il paese anche, ma l’anno dopo, per un solo punto, vinse il concorso un’altra collega e dovetti andarmene».
Dove?
«Nel Cilento. Per tre anni».

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Una giovane ostetrica e soprattutto una donna sola al Sud. Non ha avuto paura?
«No. Tutti mi rispettavano e poi dovevo correre parecchio, non c’era tempo per aver paura».
Dopo il Cilento è venuta a San Vincenzo?
«Mi hanno mandato all’isola del Giglio, dove ho conosciuto Alfredo Baldi, l’uomo che poi è diventato mio marito. Lui era della provincia di Arezzo ma lavorava sull’isola come finanziere».
Amore a prima vista?
«Non proprio, almeno da parte mia, anche se Alfredo era bellissimo: spiccicato a Gregory Peck. E poi era gentile e premuroso: mi pagò anche una multa che mi aveva dato un suo collega perché mi ero dimenticata di segnare tutte le visite sui registri».


Dopo quanto tempo vi siete sposati?
«Dopo pochi mesi, nel santuario della Madonna di Montenero, perché Alfredo nel frattempo era stato trasferito a Livorno, dove siamo stati due anni».
Prima di sposarsi avrà presentato il suo innamorato in famiglia, come usava un tempo.
«Per forza. Ma lui ai miei non piaceva perché faceva il finanziere e dava le multe. Io però me lo sono sposato lo stesso e insieme a lui sono stata felice. Un grande amore il nostro, interrotto troppo presto con la sua morte».
Cinigiano, il Cilento, Il Giglio, Livorno... A San Vincenzo invece quando è arrivata?
«Nel 1964 come ostetrica di Condotta, dopo aver vinto il concorso. E non mi sono più mossa, fino alla pensione, nel 1991, quando ho deciso di tornare a Orbetello, nella stessa casa dove ero stata da bambina, e dove abitavano ancora le mie sorelle».
A San Vincenzo aveva un ufficio o lavorava in casa?
«Il Comune mi aveva dato una piccola stanza dove tenevo tutti i registri e la valigetta dei ferri, che però la sera portavo a casa, per essere pronta a eventuali chiamate. Mi spostavo in macchina– mentre ero a Livorno avevo preso la patente– una 500 rossa che ormai tutti riconoscevano, anche perché in paese era l’unica».
Quanti bambini ha messo al mondo?
«Tanti, ma non ho tenuto il conto. Non ci ho pensato, non ne avevo proprio il tempo».


Alle partorienti oggi si pratica l’epidurale per attenuare il dolore, poi ci si avvale della ginnastica preparatoria e dell’ecografia, ormai anche di quella tridimensionale...
«Ai miei tempi tutte queste cose non esistevano, anche se a un certo punto ho iniziato anche io a fare la preparazione e ho visto iniziare l’ecografia. La prima donna che mandai a farne una dovette pagare 50 lire e arrivare fino a La Spezia, perché a Piombino, ma nemmeno a Livorno e a Pisa, si trovavano gli apparecchi ecografici».
Ricorda qualche neonato venuto al mondo con dei problemi o nei parti che ha seguito è andato sempre tutto liscio?
«Sono stata fortunata e non ho mai avuto problemi. Solo durante il servizio nel Cilento nacque una bambina malformata che poi a 9 mesi morì. Ci rimasi malissimo, come se fosse stata colpa mia, anche se la malformazione non era dovuta al parto».
Ma non aveva mai l’aiuto di un medico?
«Da sola. Il medico interveniva soltanto in alcuni casi, se c’era un problema particolare o se bisognava dare dei punti alla mamma».
Cosa faceva se una donna era particolarmente agitata?
«Cercavo di calmarla e a volte volava qualche sculaccione».
Nel senso che schiaffeggiava le partorienti?
«Sì. Ma per avere una reazione e poi chiedevo scusa».
Appena il bambino era nato gli faceva il bagnetto?
«Prima tagliavo il cordone ombelicale e lavavo il corpicino per togliergli la “vernice caseosa” che lo ricopriva. Poi lo fasciavo: allora non c’erano i pannolini come adesso e bisognava usare le pezze di cotone. Seguivo spesso anche le mamme durante l’allattamento e a volte nello svezzamento: in alcuni casi, quando erano poco esperte, gli insegnavo a preparare le pappe».


Gli uomini adesso entrano in sala parto. Ai suoi tempi non era così.
«Se la davano a gambe! Intorno c’erano solo donne e i maschi riapparivano a sbirciare quando era finito tutto».
Maschi o femmine. Cosa preferivano i padri?
«I maschi. Quando gli si comunicava che era nata una femmina qualcuno un po’ fissato restava deluso e allora io dovevo tranquillizzarlo. Gli dicevo: “Via su, l’importante è che il bambino sia nato sano. Fra un po’ ci si riprova e la prossima volta arriverà un bel maschietto».
Cosa ne pensava suo marito di un lavoro che la costringeva a correre di qua e di là in ogni stagione, a tutte le ore del giorno e della notte?
«Non diceva niente. Mi aveva conosciuta che già lavoravo e sapeva quali erano le condizioni».
Se tornasse indietro rifarebbe lo stesso percorso?
«Non lo so. Troppa responsabilità, troppa ansia. Ogni parto era una storia diversa e fino al momento della nascita non si sapeva nulla. Quando capivo che era andato tutto bene e sentivo quel “ueee” come segno di vita, provavo una gioia immensa, ma a pensarci adesso a quello che sarebbe potuto accadere mi vengono ancora i brividi per la paura».
Tanti bambini di altri aiutati a nascere e, ironia della sorte, neppure uno suo. Non se l’è presa con il destino che in un certo senso l’ha tradita?
«No. Perché avrei dovuto? Alle mie bimbe, cercate e trovate, ho voluto bene fin da subito, come se le avessi partorite io. I figli in fondo sono di chi li cresce e non soltanto di chi li mette al mondo».
 

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