Il Tirreno

La croce testimone dell’esecuzione del brigante Guazzino

di Luigi Cignoni
La croce testimone dell’esecuzione del brigante Guazzino

Fu l’ultima esecuzione con la forca e fu eseguita a Firenze Foresi ebbe da Emilio Lapi quel tesoro e lo portò sull’Isola

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PORTOFERRAIO. Una croce. Poco più di 25 cm e niente più. Passerebbe inosservata in una vetrina nel deposito della biblioteca Foresiana, se non ci fosse collegata una storia.

Fu infatti esibita in extremis all’ultimo condannato alla forca mentre si accingeva a mettere la testa dentro al cappio in piazza Beccaria a Firenze. Era il 22 febbraio 1817. Il 30 novembre 1786 il Granducato di Toscana aveva abolito, primo Stato in termini assoluti, la pena di morte, per poi reinserirla però nel 1790 per i cosiddetti crimini eccezionali.

Infine l’abrogò definitivamente il 30 aprile 1859, alla vigilia del referendum che sanciva l’unione della Toscana al neonato Stato Italiano. La croce è finita a Portoferraio per mezzo di Mario Foresi che ne ha trasmesso la storia. Ecco i protagonisti: il condannato, il brigante Guazzino (al secolo Antonio Guazzini), originario di Casacce Sinalunga (Siena), il giustiziere Mastro Titta e il frate Bernardino. Guazzino non è così famoso come il “Passator cortese” (Stefano Pelloni, figura leggendaria della Valmarecchia di Romagna) immortalato da Giovanni Pascoli in una sua famosa lirica e da Garibaldi come bravo italiano che sfida i dominatori, ma anche il senese, ai suoi tempi, è stato un fuorilegge temuto nel Granducato di Toscana. Mastro Titta, “er boia de Papa-re”, il carnefice dello Stato Pontificio (all’anagrafe romano rispondeva al nome di Giovanni Battista Bugatti) chiamato a Firenze appositamente per giustiziare Guazzino. A quei tempi era il boia più famoso d’Italia dall’alto delle sue 514 sentenze di morte eseguite in quasi 70 anni d’attività. Così celebre mastro Titta, da essere perfino interpretato da Aldo Fabrizi nelle prime edizioni del “Rugantino”. Due storie che sarebbero finite nell’alveo delle infinite vicende giudiziarie ottocentesche che hanno caratterizzato l’Italia preunitaria, se un personaggio non le avesse tenute insieme e ce li avesse tramandate.

Appunto Sandro Foresi, letterato elbano di raffinata cultura con la passione del collezionismo. Aveva un fiuto particolare nel selezionare gli oggetti.

Raccoglieva soltanto ciò che gli trasmetteva particolari emozioni e sensazioni forti. E dovette avvertire un qualcosa del genere, quando si trovò di fronte al crocifisso che gli mostrò l’amico pittore Emilio Lapi.

L’artista fiorentino gli confessò di averlo ricevuto da padre Bernardino dell’oratorio di ponte alla Carraia. Il religioso aveva accompagnato Guazzino fino al patitolo di Porta alla Croce, l’odierna piazza Beccaria.

Quindi il senese fu l’ultimo a subire le sofferenze dell’esecuzione capitale ed è per questo che Mario Foresi chiese e ottenne il crocifisso, al quale si premunì di dotarlo di un piedistallo.

Sotto di esso di sua mano scrisse come, quando e da chi l’aveva avuto. Era l’anno 1888.

E mentre mastro Titta, grazie alla sua conclamata abilità in ogni genere di supplizio indossando sempre una tunica e cappuccio rosso quasi fosse un attore teatrale, si trasformò in personaggio leggendario, Guazzino invece non è andato oltre a uno sbiadito ricordo storico, sia pur contribuendo con le sue imprese a creare attorno alla figura del brigante, nei molti scritti post-unitari, quell’alone romantico di generoso ribelle, eroe di protesta individuale e disperata contro gli oppressori.

In conclusione, un altro reperto storico conservato in una teca alla Foresiana di Portoferraio, a dimostrazione del fatto, qualora ce ne fosse bisogno, di quanti tesori nascosti si trovino in queste stanze che aspettano la meritata valorizzazione.

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