Il Tirreno

«I miei 13 mesi nelle mani dei nazisti»

di Valeria Parrini
«I miei 13 mesi nelle mani dei nazisti»

Dopo l’armistizio Valente Baldocchi fu internato in un campo in Alsazia, poi il faticoso ritorno a casa: «Erano delle belve»

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PIOMBINO. «E’ lunga, la mia storia, eh»? Valente Baldocchi ogni tanto lo domanda, mentre snocciola luoghi e date. Sentimenti e ricordi ben conservati. Nella mente e negli oggetti raccolti in una scatola e alle pareti. Libri, fotografie. E la medaglia d’oro al merito del Consiglio dei ministri.

Classe 1920, 98 anni a novembre. Serenità nello sguardo e nel sorriso. La sensazione, a ripensarci, di essere stato fortunato.

Valentino, tutti lo chiamano così, ha vissuto 13 mesi in un campo di lavoro nazista per militari italiani. A Mulhouse, in Alsazia. Lavoro pesante in un fabbrica meccanica. Lui al tornio 12 ore al giorno. Decideva la sorte a chi sarebbe andato il pezzo di pane a colpo d’occhio un tantino più grosso dopo la divisione per dieci di quel filone da un chilo. Una gamella di rape. Poi, però, c’era Augustine, la ragazza che via via gli faceva trovare qualcosa di buono nascosto in quel tornio. E che provò anche a farlo fuggire. Tentativo fallito e sette giorni di prigione.

«Il peggiore era il comandante. Ogni sera ci metteva in fila e urlava qualcosa. Noi lo chiamavamo la belva. No, non ricordo di botte», prosegue Baldocchi.

Lui e i suoi compagni ignoravano gli orrori in corso nei campi di concentramento nazisti. Li scopriranno a fine guerra. A Valentino fanno ancora male.

Nel campo di lavoro ci finì dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, alla fine di un lungo peregrinare tra Grecia, Albania, Francia. In seguito alla liberazione ad opera dell’esercito russo, di nuovo in marcia. Cecoslovacchia, Austria e finalmente l’Italia.

Valentino era partito da Campiglia il 14 marzo del 1940. Arruolamento nel “Settimo battaglione mortai da 81”. Fanteria.

Ordini controversi del comando e poi a dicembre l’arrivo a Bari. Di lì a poco, l’imbarco per l’Albania sul piroscafo Italia. E a Durazzo, colazione con il panettone offerto dalla Croce rossa.

«La Julia aveva rotto il fronte, i greci avanzavano e noi dovevamo fermarli», spiega Baldocchi. Su camion e soprattutto a piedi, cominciò il cammino. Freddo, neve. Quel fiumiciattolo da guadare in sette o otto a braccetto. L’acqua fino all’inguine. Ancora più freddo.

«Incontravamo alpini della Jiulia affamati e malmessi. Noi - aggiunge - dovevamo dare loro il cambio. Ci sistemammo sulla collina, piazzammo i mortai e cominciammo a bombardare». Finite le munizioni, il percorso inverso. Di nuovo quel corso d’acqua da passare. E il freddo combattuto seduti in cerchio, spalla a spalla.

Ancora, il rientro alla base e il terrore quando il maggiore li accusò di aver abbandonato la postazione e minacciò la decimazione. Un militare fucilato ogni dieci. «L’ordine fu annullato dopo il pianto e le suppliche del nostro capitano. Ci rispedirono sulla collina con due bombe ciascuno», racconta Baldocchi. Che ogni mattina aveva il compito di portare le notizie del battaglione al comando di divisione. Ha ancora molti degli appunti. Altro materiale è finito negli archivi del ministero.

Baldocchi continua ad elencare luoghi come se avesse una mappa davanti. Ricorda l’esercitazione ad Albenga che gli fruttò una licenza. E quel disco eternamente rosso alla stazione di Bandol, sulla costa francese, con il treno che non poteva ripartire. Era l’8 settembre del 1943. «Arrivò l’ordine di consegnare le armi ai tedeschi. Venti di loro disarmarono un battaglione. Poco dopo, fummo impacchettai su una tradotta e finimmo a Mulhouse. Dopo i 13 mesi, altro trasferimento in un campo di lavoro, stavolta nell’alta Slesia. In 12 - continua - scappammo per raggiungere Dresda. Nel cammino, l’incontro con due soldati russi preceduto da un paio di raffiche di mitra. Spiegammo che eravano italiani e ci offrirono della cioccolata. Ricordo che era amara. In una settimana a piedi raggiungemmo la Turingia. Nel centro dove arrivammo c’erano due o tremila soldati come noi. Sentii parlare toscano. Era un piombinese, Aldo Rombai».

«Di rimpatriarci non se ne parlava e allora a ottobre del 1945 decidemmo di andare da soli. Il treno - prosegue Baldocchi - ci portò a Praga, poi in Austria e finalmente a Pescantine, in Veneto. Via libera: Bologna, Pisa. E Campiglia dove le colline, abituato com’ero alle montagne, mi parvero più piccole. Era il novembre del 1945. Un vicino andò dai miei gentori per prepararli ad una gioia che probabilmente non si aspettavano più».

Dopo qualche anno, l’incontro con l’amore della sua vita, Franca, scomparsa da tempo. Il matrimonio e la nascita dei figli, Angelo e Andrea. E’ con quest’ultimo che Valentino vive. Cucina - a quanto pare piuttosto bene - e gli corregge le pubblicazioni da critico d’arte.

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