Sicurezza
Federico, il tutor degli esclusi che sperano di lavorare
di M. ANTONIETTA SCHIAVINA
L’agronomo è presidente di una cooperativa e lavora con i malati psichiatrici Nel tempo libero si dedica alle sue api, una passione nata in Amazzonia
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Nato a Livorno da padre campigliese (doganiere e proprietario di un negozio di fotografia), e mamma livornese, casalinga e commessa nel negozio del marito, Federico Beconi, 47 anni, agronomo, compagno di Francesca Casini (sanvincenzina, insegnante di yoga) quattro figli, vive da tempo a San Vincenzo, in una casa immersa nel verde, a pochi passi dal mare.
Tutor in una cooperativa sociale livornese (un tempo Blu Cammello, ora Brikke-Brakke), di cui da quattro anni è anche presidente, Beconi nel tempo libero fa l’apicoltore per un’associazione di famiglie con malati psichiatrici, ma anche in proprio, producendo miele di qualità.
Un lavoro-hobby quest’ultimo, che lo impegna molto ma che lo affascina, a cui si è avvicinato in Amazzonia e precisamente a Branco, capitale dello Stato di Acre, al confine fra i paesi sudamericani Bolivia e Perù, dove è andato per collaborare a un progetto di cooperazione internazionale a salvaguardia della foresta amazzonica.
Al ritorno dal viaggio di lavoro in Amazzonia ha iniziato a lavorare nella cooperativa sociale “Blu Cammello” che ora ha cambiato nome ma non programma.
Come mai questa svolta?
«Sono entrato in cooperativa come maestro di giardinaggio, oggi faccio il tutor per gli inserimenti lavorativi e, da quattro anni, sono anche presidente. Mi occupo cioè della sopravvivenza della cooperativa che è di tipo B (di inclusione sociale) curando con l’aiuto di esperti, tutta la parte amministrativa e organizzativa dei laboratori».
Cosa fa esattamente un tutor nel caso dei malati psichiatrici che segue la cooperativa?
«Mette in pratica progetti di accompagnamento nel mondo del lavoro e segue i tirocini delle persone inviate dal servizio di psichiatria nelle varie aziende cittadine. Da qualche tempo ci occupiamo anche di persone disagiate, come ad esempio gli extra comunitari o gli ex carcerati, anche se il nostro è principalmente un servizio che segue l’area lavoro della psichiatria, con diverse gradualità nel corso della “riabilitazione”.
Abbiamo atelier di ceramica, disegno eccetera e laboratori che richiedono competenze più specifiche per il restauro e il cucito. Ma svolgiamo anche attività esterne come il giardinaggio e l’agricoltura. E, dopo un certo tipo di percorso, le persone che seguiamo possono accedere ai tirocini aziendali».
Quanti malati psichiatrici frequentano la cooperativa?
«Un centinaio».
Tutti di Livorno?
«Si. La nostra per ora è una realtà solo locale».
L’età media dei vostri “allievi”?
«Si va dai venti ai sessant’anni. In psichiatria gli esordi sono quasi sempre adolescenziali. Ma esistono anche persone che hanno avuto un problema a metà della vita. E ci sono malati dei più svariati ceti sociali».
Dall’atelier, all’insegnamento, poi all’inserimento, per i più fortunati, in un’azienda esterna. Un percorso il vostro che, dalla parte didattica, può portare davvero all’assunzione?
«Quello dell’assunzione è il nostro scopo principale».
E chi, dopo aver imparato un mestiere, non riesce a inserirsi cosa fa?
«Resta nei laboratori della nostra cooperativa con una borsa lavoro che, unita alla pensione di invalidità, a cui hanno diritto anche i malati psichiatrici, pur non risolvendo aiuta. Se non altro ad acquisire un minimo di dignità».
Questi malati vivono tutti in famiglia?
«In famiglia o in “case di servizio”, appartamenti organizzati con personale d’appoggio, in cui abitano insieme ad altri come loro: due o tre al massimo per appartamento».
Che approccio ha con le persone che segue?
«Ottimo. La mia figura, come quella di chi svolge il mio stesso compito, è quella di insegnare a svolgere un’attività, perciò la relazione è mediata dal fare, elemento basilare del rapporto. Inoltre, passando molte ore insieme, come avviene anche fra colleghi, rappresentiamo la normalità, la concretezza, in un rapporto alla pari, con una gerarchia uguale a quella applicata nell’ambiente di lavoro: la cooperativa in pratica è un cantiere, dove il maestro è il capo cantiere e gli altri sono gli operai. I disabili mentali poi sono estrosi. E stare con chi ha trovato, nonostante i problemi, le risorse per andare avanti è sempre uno stimolo, che aiuta a dare un senso al lavoro che si fa anche nei momenti più difficili».
È difficile inserire un malato psichiatrico in un’azienda?
«Purtroppo si. Da quest’anno abbiamo anche un servizio di ricerca e aiutiamo i nostri assistiti seguendoli in tutto: dalla costruzione del curriculum, al colloquio. Cercando di dare una continuità, che in chi vive di alti e bassi come i malati psichiatrici è sempre molto difficile».
Un ruolo non facile ma interessante il suo. Se tornasse indietro sceglierebbe ancora questa strada?
«Certo. Quando ho iniziato, quattordici anni fa, mi sono detto che si trattava di un’occupazione temporanea. Era il 2004, oggi sono ancora qui e amo il mio lavoro ogni giorno di più...
Avere un rapporto alla pari con persone al di fuori della normalità, invece di frustrarmi mi gratifica, mi fa passare meglio la giornata, è stimolante...
Vivo in una società di cui condivido poco e nella anormalità mi sento normale, come del resto si sentono un po’ tutti i collaboratori della cooperativa. Forse perché siamo un po’ pazzi anche noi».
I cosiddetti normali insomma deludono Federico Beconi?
«Abbastanza. Mi dà molta più serenità passare il mio tempo con una persona disabile mentale che con molta gente della società normale, spesso noiosa, conformista, anche se non ha bisogno del Tso».
Quando uno dei suoi assistiti trova lavoro o riesce a dare un’impostazione migliore alla sua vita, lei cosa prova?
«Una grande gioia. Ci sono persone che hanno cambiato la loro esistenza e sono rinate. L’impatto con una comunità per questi malati è importante. Tutti i giorni escono di casa, fanno cose che hanno un senso compiuto, un obiettivo da raggiungere, mentre prima se ne stavano tutto il giorno a letto o davanti alla tv; spesso da soli, perché la malattia mentale significa anche solitudine, allontanamento dal mondo reale, disperazione, vuoto».
E se il progetto di “accompagnamento” fallisce?
«Anche se la cosa riguarda più che altro il medico, che ha fatto studi mirati per i suoi pazienti, il fallimento è sempre doloroso per tutti e ognuno di noi ne è suo malgrado coinvolto».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Tutor in una cooperativa sociale livornese (un tempo Blu Cammello, ora Brikke-Brakke), di cui da quattro anni è anche presidente, Beconi nel tempo libero fa l’apicoltore per un’associazione di famiglie con malati psichiatrici, ma anche in proprio, producendo miele di qualità.
Un lavoro-hobby quest’ultimo, che lo impegna molto ma che lo affascina, a cui si è avvicinato in Amazzonia e precisamente a Branco, capitale dello Stato di Acre, al confine fra i paesi sudamericani Bolivia e Perù, dove è andato per collaborare a un progetto di cooperazione internazionale a salvaguardia della foresta amazzonica.
Al ritorno dal viaggio di lavoro in Amazzonia ha iniziato a lavorare nella cooperativa sociale “Blu Cammello” che ora ha cambiato nome ma non programma.
Come mai questa svolta?
«Sono entrato in cooperativa come maestro di giardinaggio, oggi faccio il tutor per gli inserimenti lavorativi e, da quattro anni, sono anche presidente. Mi occupo cioè della sopravvivenza della cooperativa che è di tipo B (di inclusione sociale) curando con l’aiuto di esperti, tutta la parte amministrativa e organizzativa dei laboratori».
Cosa fa esattamente un tutor nel caso dei malati psichiatrici che segue la cooperativa?
«Mette in pratica progetti di accompagnamento nel mondo del lavoro e segue i tirocini delle persone inviate dal servizio di psichiatria nelle varie aziende cittadine. Da qualche tempo ci occupiamo anche di persone disagiate, come ad esempio gli extra comunitari o gli ex carcerati, anche se il nostro è principalmente un servizio che segue l’area lavoro della psichiatria, con diverse gradualità nel corso della “riabilitazione”.
Abbiamo atelier di ceramica, disegno eccetera e laboratori che richiedono competenze più specifiche per il restauro e il cucito. Ma svolgiamo anche attività esterne come il giardinaggio e l’agricoltura. E, dopo un certo tipo di percorso, le persone che seguiamo possono accedere ai tirocini aziendali».
Quanti malati psichiatrici frequentano la cooperativa?
«Un centinaio».
Tutti di Livorno?
«Si. La nostra per ora è una realtà solo locale».
L’età media dei vostri “allievi”?
«Si va dai venti ai sessant’anni. In psichiatria gli esordi sono quasi sempre adolescenziali. Ma esistono anche persone che hanno avuto un problema a metà della vita. E ci sono malati dei più svariati ceti sociali».
Dall’atelier, all’insegnamento, poi all’inserimento, per i più fortunati, in un’azienda esterna. Un percorso il vostro che, dalla parte didattica, può portare davvero all’assunzione?
«Quello dell’assunzione è il nostro scopo principale».
E chi, dopo aver imparato un mestiere, non riesce a inserirsi cosa fa?
«Resta nei laboratori della nostra cooperativa con una borsa lavoro che, unita alla pensione di invalidità, a cui hanno diritto anche i malati psichiatrici, pur non risolvendo aiuta. Se non altro ad acquisire un minimo di dignità».
Questi malati vivono tutti in famiglia?
«In famiglia o in “case di servizio”, appartamenti organizzati con personale d’appoggio, in cui abitano insieme ad altri come loro: due o tre al massimo per appartamento».
Che approccio ha con le persone che segue?
«Ottimo. La mia figura, come quella di chi svolge il mio stesso compito, è quella di insegnare a svolgere un’attività, perciò la relazione è mediata dal fare, elemento basilare del rapporto. Inoltre, passando molte ore insieme, come avviene anche fra colleghi, rappresentiamo la normalità, la concretezza, in un rapporto alla pari, con una gerarchia uguale a quella applicata nell’ambiente di lavoro: la cooperativa in pratica è un cantiere, dove il maestro è il capo cantiere e gli altri sono gli operai. I disabili mentali poi sono estrosi. E stare con chi ha trovato, nonostante i problemi, le risorse per andare avanti è sempre uno stimolo, che aiuta a dare un senso al lavoro che si fa anche nei momenti più difficili».
È difficile inserire un malato psichiatrico in un’azienda?
«Purtroppo si. Da quest’anno abbiamo anche un servizio di ricerca e aiutiamo i nostri assistiti seguendoli in tutto: dalla costruzione del curriculum, al colloquio. Cercando di dare una continuità, che in chi vive di alti e bassi come i malati psichiatrici è sempre molto difficile».
Un ruolo non facile ma interessante il suo. Se tornasse indietro sceglierebbe ancora questa strada?
«Certo. Quando ho iniziato, quattordici anni fa, mi sono detto che si trattava di un’occupazione temporanea. Era il 2004, oggi sono ancora qui e amo il mio lavoro ogni giorno di più...
Avere un rapporto alla pari con persone al di fuori della normalità, invece di frustrarmi mi gratifica, mi fa passare meglio la giornata, è stimolante...
Vivo in una società di cui condivido poco e nella anormalità mi sento normale, come del resto si sentono un po’ tutti i collaboratori della cooperativa. Forse perché siamo un po’ pazzi anche noi».
I cosiddetti normali insomma deludono Federico Beconi?
«Abbastanza. Mi dà molta più serenità passare il mio tempo con una persona disabile mentale che con molta gente della società normale, spesso noiosa, conformista, anche se non ha bisogno del Tso».
Quando uno dei suoi assistiti trova lavoro o riesce a dare un’impostazione migliore alla sua vita, lei cosa prova?
«Una grande gioia. Ci sono persone che hanno cambiato la loro esistenza e sono rinate. L’impatto con una comunità per questi malati è importante. Tutti i giorni escono di casa, fanno cose che hanno un senso compiuto, un obiettivo da raggiungere, mentre prima se ne stavano tutto il giorno a letto o davanti alla tv; spesso da soli, perché la malattia mentale significa anche solitudine, allontanamento dal mondo reale, disperazione, vuoto».
E se il progetto di “accompagnamento” fallisce?
«Anche se la cosa riguarda più che altro il medico, che ha fatto studi mirati per i suoi pazienti, il fallimento è sempre doloroso per tutti e ognuno di noi ne è suo malgrado coinvolto».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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