La manifestazione
Integrativa a rischio sopravvivenza
di Valeria Parrini
Il consiglio in cerca di soluzioni per mantenere il livello di assistenza sanitaria ai 7.500 soci
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PIOMBINO. Il livello attuale della sopravvivenza non offre garanzie sufficienti a dare un futuro alla Cassa mutua integrativa.
Salvo azioni specifiche, lo storico ente di mutuo soccorso e oltre 70 anni di sostegno sanitario a favore dei lavoratori delle fabbriche, dei pensionati e delle loro famiglie, rischiano di non superare i contraccolpi dell’accordo a favore di Metasalute.
Al fondo privato - lo ricordiamo - sono passati gratuitamente tutti i dipendenti Aferpi insieme ai 156 euro annui per ciascuno di loro, a carico dell’azienda, previsti dal contratto dei metalmeccanici fino al dicembre 2020. Da ricordare anche che una opzione non esclude l’altra - tanto che finora hanno lasciato la Cmi solo in 3 - e che anche da Metasalute si può recedere in ogni momento. Quello del 31 dicembre è il termine che si erano date organizzazioni sindacali e azienda per ”armonizzare” l’operazione.
L’allarme raccolto un paio di mesi fa dal Tirreno si è riacutizzato. Tanto che un paio di giorni fa una delegazione della Cmi ha incontrato il sindaco per manifestare preoccupazione. Preoccupazione condivisa da Massimo Giuliani per le sorti di un servizio «che - si legge in una nota - ha sempre offerto prestazioni non privatistiche in stretta collaborazione con il sistema sanitario pubblico».
Strade da percorrere possono essercene. Il consiglio direttivo dell’Integrativa ci sta lavorando. Intanto con la riapertura delle iscrizioni, possibile da gennaio. Tutti gli ex dipendenti, pensionati e non, della Ex Lucchini, della Dalmine e delle ditte dell’indotto convenzionate, mai stati iscritti o che hanno cessato da tempo l’iscrizione, potranno rientrare pagando una quota pari all’1% dell’imponibile Irpef mentre per quanti hanno sempre sostenuto la Cmi il contributo versato continuerà ad essere dello 0,65%.
«Un certo interesse si è già manifestato e confidiamo possa crescere», commenta il presidente Fabrizio Pennati, indicando un’altra possibile via d’uscita: la modifica dell’articolo 12 dello statuto che stabilisce un contributo a carico del socio pari alla percentuale dello 0,65 calcolata sull’imponibile Irpef indicato in busta paga. Se il calcolo avvenisse sul totale retributivo, le cose cambierebbero sostanzialmente. Il motivo è semplice. Gli importi della Cig non “entrano” nell’imponibile Irpef. Rispetto ai 13 mila euro mensili ricevuti dall’Integrativa fino a qualche tempo fa, si è passati in luglio ai 6 mila, poi a 5 mila, quindi a 4 mila e, infine, ai 2.950 di novembre.
Sarebbe sufficiente sostituire la terminologia dello statuto e la situazione risulterebbe meno penalizzante per la Cmi e per il livello di prestazioni che è in grado di erogare ai circa 7.500 iscritti. Oltre un migliaio di lavoratori attivi, altrettanti pensionati e il resto familiari. Un bacino di utenza pari a 20 mila persone della Val di Cornia.
Sulla questione interviene il Movimento cinque stelle che ritiene la Cmi «un’ottima risorsa da difendere» e chiede ai sindacati di attivarsi subito per concordare con l’azienda, come è stato fatto in altre realtà, la destinazione di quegli stessi 156 euro annui non a favore di Metasalute bensì della Cmi nata, fatta crescere e difesa negli anni dal mondo operaio del nostro territorio».
Salvo azioni specifiche, lo storico ente di mutuo soccorso e oltre 70 anni di sostegno sanitario a favore dei lavoratori delle fabbriche, dei pensionati e delle loro famiglie, rischiano di non superare i contraccolpi dell’accordo a favore di Metasalute.
Al fondo privato - lo ricordiamo - sono passati gratuitamente tutti i dipendenti Aferpi insieme ai 156 euro annui per ciascuno di loro, a carico dell’azienda, previsti dal contratto dei metalmeccanici fino al dicembre 2020. Da ricordare anche che una opzione non esclude l’altra - tanto che finora hanno lasciato la Cmi solo in 3 - e che anche da Metasalute si può recedere in ogni momento. Quello del 31 dicembre è il termine che si erano date organizzazioni sindacali e azienda per ”armonizzare” l’operazione.
L’allarme raccolto un paio di mesi fa dal Tirreno si è riacutizzato. Tanto che un paio di giorni fa una delegazione della Cmi ha incontrato il sindaco per manifestare preoccupazione. Preoccupazione condivisa da Massimo Giuliani per le sorti di un servizio «che - si legge in una nota - ha sempre offerto prestazioni non privatistiche in stretta collaborazione con il sistema sanitario pubblico».
Strade da percorrere possono essercene. Il consiglio direttivo dell’Integrativa ci sta lavorando. Intanto con la riapertura delle iscrizioni, possibile da gennaio. Tutti gli ex dipendenti, pensionati e non, della Ex Lucchini, della Dalmine e delle ditte dell’indotto convenzionate, mai stati iscritti o che hanno cessato da tempo l’iscrizione, potranno rientrare pagando una quota pari all’1% dell’imponibile Irpef mentre per quanti hanno sempre sostenuto la Cmi il contributo versato continuerà ad essere dello 0,65%.
«Un certo interesse si è già manifestato e confidiamo possa crescere», commenta il presidente Fabrizio Pennati, indicando un’altra possibile via d’uscita: la modifica dell’articolo 12 dello statuto che stabilisce un contributo a carico del socio pari alla percentuale dello 0,65 calcolata sull’imponibile Irpef indicato in busta paga. Se il calcolo avvenisse sul totale retributivo, le cose cambierebbero sostanzialmente. Il motivo è semplice. Gli importi della Cig non “entrano” nell’imponibile Irpef. Rispetto ai 13 mila euro mensili ricevuti dall’Integrativa fino a qualche tempo fa, si è passati in luglio ai 6 mila, poi a 5 mila, quindi a 4 mila e, infine, ai 2.950 di novembre.
Sarebbe sufficiente sostituire la terminologia dello statuto e la situazione risulterebbe meno penalizzante per la Cmi e per il livello di prestazioni che è in grado di erogare ai circa 7.500 iscritti. Oltre un migliaio di lavoratori attivi, altrettanti pensionati e il resto familiari. Un bacino di utenza pari a 20 mila persone della Val di Cornia.
Sulla questione interviene il Movimento cinque stelle che ritiene la Cmi «un’ottima risorsa da difendere» e chiede ai sindacati di attivarsi subito per concordare con l’azienda, come è stato fatto in altre realtà, la destinazione di quegli stessi 156 euro annui non a favore di Metasalute bensì della Cmi nata, fatta crescere e difesa negli anni dal mondo operaio del nostro territorio».
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