Il Tirreno

Una lattina usata come silenziatore

di Alessandro De Gregorio
Una lattina usata come silenziatore

Gli investigatori certi di aver trovato il pezzo che mancava

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PIOMBINO. Finora è stato detto che mancava il silenziatore. Che quella del silenziatore era soltanto una supposizione, una deduzione degli investigatori detta in conferenza stampa ma non suffragata da riscontri concreti.

Invece oggi sappiamo che qualcosa è stato trovato ed è tuttora oggetto di accertamenti da parte del perito balistico. Si tratta di una scatoletta aperta da una parte e con un foro dall’altra. Una lattina per la carne in scatola, tipo Simmenthal. Con apparenti tracce di polvere da sparo.

Con quella scatoletta, secondo carabinieri e polizia, Marco Longo avrebbe silenziato la propria Beretta 7.65 per uccidere Fadhel Hamdi nell’appartamento di via Ferrer dove viveva il tunisino.

Il silenziatore è un elemento importante ai fini della premeditazione. La difesa lo sa bene e infatti la sua assenza dalla scena del delitto e dall’abitazione di Longo è stata la prima sottolineatura fatta dal suo avvocato Giovanni Marconi. Non che la posizione di Longo non fosse già abbastanza compromessa, considerando le modalità dell’omicidio, i motivi, il tentativo di depistaggio, il rischio di mettere a repentaglio l’incolumità di un intero condominio e infine, ma soprattutto, la confessione. Ma in sede processuale la premeditazione potrebbe decisamente spostare l’asse verso l’ergastolo, senza la possibilità di ottenere il minimo sconto.

Il barattolo in questione è stato recuperato dagli investigatori all’indomani dell’arresto di Longo, avvenuto a Venturina la sera del 24 novembre mentre il trentatreenne era in un centro estetico.

Oggi abbiamo appreso che il giorno dopo i carabinieri erano andati a dare un’occhiata in un cantiere dell’Enel, a Castelnuovo Val di Cecina, dove Longo prestava servizio come guardia giurata. In una rimessa, i militari avevano trovato molti oggetti, alcuni bruciacchiati. Tra questi, un coltello. Si sospetta che sia proprio quello usato da Longo per cercare di recuperare due ogive dal corpo di Hamdi. Anche sul coltello sono in corso accertamenti.

Nel mucchio c’era una scatoletta di latta, di quelle per la carne in gelatina. Era vuota, senza il coperchietto, mentre la base era stata forata al centro. Un foro dal diametro compatibile con la bocca della canna, secondo gli investigatori, per i quali la scatoletta potrebbe essere stata riempita con materiale fonoassorbente (o semplice lana di vetro) in modo da funzionare proprio come silenziatore. Ricordiamo che l’omicidio è avvenuto tra la mezzanotte e le cinque del mattino, quando un vicino ha sentito sbattere il portone del palazzo di via Ferrer. Tra l’altro in quel palazzo alcuni condomini avevano detto di essersi lamentati in passato per i rumori provenienti dall’appartamento di Hamdi (tavoli spostati, voci alte, viavai di gente eccetera), eppure quella notte nessuno ha udito tre distinti colpi di pistola.

E a proposito dei tre colpi, nel quadro tratteggiato dagli investigatori la dinamica di quella notte tra il 20 e il 21 novembre sta diventando sempre più chiara. Vediamola. Longo e Hamdi come sappiamo – e come ha ammesso lo stesso vigilante – hanno una lite nelle ore precedenti. Per un telefonino, dice Longo. Per un debito di eroina, sospetta il sostituto procuratore Fiorenza Marrara che coordina le indagini. I due non erano solo amici, lo stesso Longo ammette di aver acquistato eroina da Hamdi «ma solo in passato». Secondo l’accusa, invece, il tunisino continuava a vendergli eroina, che Longo continuava a fumare.

Ci sono dunque seicento euro che Longo deve restituire ad Hamdi e un telefonino che quest’ultimo si è ripreso in pegno. Così quella sera Longo parte da Venturina e si dirige in via Ferrer, dall’amico. Sale le scale, si fa aprire e – sempre secondo le indagini – gli spara a freddo due colpi al torace. Poi gli incatena un braccio al letto. E lo torchia. Cerca qualcosa, il telefonino o la droga. Secondo i primi accertamenti condotti dal medico legale Marco Di Paolo, Hamdi non muore subito. Muore solo quando Longo gli spara una terza volta, alla testa. Il colpo di grazia. In questo caso l’ogiva trapassa il cranio e viene recuperata. Gli altri due ovetti di piombo invece sono rimasti nel torace. Longo tenta di estrarli usando un coltello e la cover di un cellulare. Il coltello, pensano gli investigatori, potrebbe essere quello ritrovato a Castelnuovo.

Il resto è noto. Longo che dà fuoco a tutto, torna a casa, tenta di nascondere ogiva e altri oggetti (il silenziatore?) da alcuni amici che si rifiutano e che l’indomani lo denunciano ai carabinieri, l’arresto e la confessione. Quegli oggetti poi vengono ritrovati a Castelnuovo.

Nei giorni scorsi, come ha scritto domenica Il Tirreno, Longo ha ottenuto il trasferimento al carcere di Pisa da quello di Livorno, dove si sentiva minacciato da detenuti magrebini.

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