Attenzione
No, non so parlare sottovoce
Agroppi a ruota libera nel suo ultimo libro tra calcio, tv e introspezione
PIOMBINO. Intervistare Aldo Agroppi è come cavalcare un toro. Anzi, il Toro, quel colore granata che gli scorre nel sangue. Aldo apre bocca e non lo fermi più. Puoi solo tentare di arginarlo, ma sapendo in partenza di perdere. Come quando dominava nei contrasti al Filadelfia.
Aldo per noi a Piombino è una presenza abituale, uno che parla con tutti, ti fulmina con le sue battute e vuole l’ultima. Non fa pesare il suo passato glorioso da calciatore col Torino e con la Nazionale, l’inizio arrembante come allenatore e gli anni in cui faceva il commentatore in radio, alla Rai e a Mediaset. Sempre ad altissimi livelli, sempre secondo il suo punto di vista (“Visto dall’Aldo”, il titolo del suo primo libro) e sempre “A gamba tesa” (il suo secondo libro). “Non so parlare sottovoce” è il titolo del suo terzo libro, uscito da pochi giorni, dove parla di pallone e di vita, di morte e di depressione, di Dio e degli uomini.
Con Aldo ci si dà del tu, anche nelle interviste. E ci si rassegna a giocare in difesa. «La parte migliore me l’hanno tagliata». Parte così la conversazione, subito in contropiede (come il sottotitolo del libro). E pensare che l’editore è Urbano Cairo, presidente del Toro. Gli vorrà bene Aldo a Cairo? Eppure gli regala il primo affondo.
Cosa hanno tagliato?
«Per esempio la parte sulla chiesa».
Oddio, capitoli dedicati alla religione ce ne sono. A volte sembri un predicatore tipo Celentano.
«Aspetta. Per me la religione è importante ma la Chiesa è un’altra cosa. I nostri genitori ci dicevano “andate a giocare al campetto della parrocchia” ed erano tranquilli. Ora i preti ti fanno…»
Vabbè, s’è capito.
«Cristo aveva dato indicazioni diverse. Io ho vietato ai nipoti di andare in chiesa».
Parliamo di panchine.
«Non ho mai vinto quella d’oro e non ho mai capito perché. Scherzi a parte, la mia si trova partendo dal bar di Calamoresca e percorrendo la strada che si inerpica sul promontorio. Lì osservi il mare, il cielo, parli con Dio e ti allontani da questo mondo contaminato finché non trovi uno spiazzo. Lì c’è una panchina: quella è la mia panchina d’oro. Accanto a Nadia, mia moglie, una donna che l’Unesco dovrebbe salvaguardare».
Nel libro citi molti allenatori.
«Sì ma dé, hanno tagliato anche Sacchi».
Ma se parli anche di lui...
«Ma ne parlerò anche di più nel prossimo libro».
Perché ce l’hai con Sacchi?
«Perché non è un profeta. Perché pontifica quando lui stesso è un raccomandato. Ha fatto il corso a Coverciano pur avendo giocato nell’Alfonsine, mentre ex calciatori di A e B hanno trovato le porte chiuse».
Il fatto di non aver giocato a certi livelli secondo te preclude la possibilità di diventare un buon allenatore? Tu stesso nel libro citi Sarri come esempio positivo.
«Ma Sarri ha allenato dieci anni prima di arrivare in A, ha fatto la gavetta, ha picchiato musate. E non è che gli abbiano dato squadre eccezionali come il Milan di Sacchi eh…».
Ridagli con Sacchi...
«Ma scusa, prendi Sacchi come ct della Nazionale: esce al primo turno degli Europei, ai Mondiali lo porta avanti Baggio, poi non rispetta il contratto e torna al Milan al posto di Tabarez. Ma non ci sono più i mulini a vento, gli olandesi. E allora fa anche peggio di Tabarez, per la prima volta il Milan non si qualifica nemmeno in Uefa, perde 6-1 in casa con la Juve. Ma lui è convinto che gente come Van Basten, Gullit e Rijkaard giochi bene grazie a lui. E infatti va a Parma e ci batte il muso. Allora molla per lo stress, dice lui. Va all’Atletico Madrid, perde tre partite e viene via. Dice di essersi dimesso? Peggio, perché se si perde non si scappa. Un fiasco dopo l’altro, praticamente una damigiana. Da Madrid, come “esperto”, consiglia al Milan l’acquisto di due ex toreri. Poi gli danno le nazionali giovanili, ben pagato. E non vince niente. Fa una conferenza, anticipa l’esonero e riparla di stress. No, caro Arrigo, non scherzare con lo stress a comando, quello vero ti porta alla depressione come succede a me e a tante altre persone».
Hai finito con Sacchi?
«Per ora».
Ok. Nel libro parli anche di ex grandi giocatori che allenano subito in serie A.
«Sì, come Pippo Inzaghi. Ma perché il libro è uscito prima che al Milan arrivasse Gattuso».
Gattuso però un po’ di gavetta l’ha fatta.
«Ma quale gavetta? Guarda, con Gattuso siamo diventati amici dopo che, mai visto e conosciuto, mi telefonò dopo che ebbi un infarto. Lo apprezzai tantissimo. Ma l’ho detto anche a lui: un conto è allenare la Primavera, un conto il Milan. E più sei stato idolo più forte è la botta quando cadi».
Ma a volte ci sono altre motivazioni, come la riconoscenza.
«No, è solo presunzione. Non sei pronto. E non conta l’esperienza in C con il Pisa. Sono piazze diverse».
Anche Mancini saltò la gavetta e partì con la Fiorentina.
«E quando gli venne assegnato il patentino senza neanche un anno trascorso sui banchi di Coverciano, dissi che era finita lì la giustizia sportiva».
Parliamo di Nazionale.
«Sì, parliamo di Lippi e Prandelli che, dopo aver preso una musata ai Mondiali, si sono rimpiattati».
Veramente la domanda era su Ventura.
«Su Ventura era tutto scritto. Tutto nato dal presidente. Posso aprire una parentesi?».
Tanto la apri lo stesso.
«Quando uno si chiama Brocchi è penalizzato in partenza. Te lo prenderesti un avvocato che si chiama Tartaglia? O ti faresti operare dal professor Tremolini? Volevano rinnovare la Federazione e hanno eletto Tavecchio. Cosa rinnovi con Tavecchio? Bada che io ci credo a queste cose».
Torniamo a Ventura.
«Ventura è partito dal basso, ha conosciuto tutte le categorie. Ma io glielo dissi: caro Gian Piero, rimpiangerai la libertà e la serenità che avevi al Torino, in una squadra di club. E in tutto questo c’entra Lippi».
Vai, ora tocca a Lippi…
«Scusa, ma chi l’ha scelto Ventura? Mica Tavecchio, cosa vuoi che ne sappia Tavecchio di pallone e di commissari tecnici. Tavecchio prese Lippi per andare sul sicuro, e siccome lui non voleva più allenare gli inventò il ruolo di supervisore».
Un badante.
«Bravo. Tavecchio gli fece tre nomi e tra questi c’era Ventura con cui Lippi era amico dai tempi della Sampdoria. Poi, a causa dell’incompatibilità perché il figlio faceva il procuratore, Lippi si ritirò. E Ventura rimase da solo. Con pressioni enormi, una squadra che non lo seguiva e nessuno che lo consigliava. Eppure nello staff ci sono anche Oriali e Uliveri».
Mica saremo fuori dai Mondiali perché sono mancati i consigli.
«No, perché i giocatori al ct gli sono andati in quel posto. Andata e ritorno non batti la Svezia? Ma scherziamo? E poi Ventura leggeva i giornali e si deprimeva. Valcareggi i giornali non li leggeva mai».
Ti manca allenare?
«Mi manca, ma non posso più farlo. Non sono un presuntuoso. Nella vita penso di averlo dimostrato. Quando cominciai a fare l’allenatore mi interrogai e dissi sì, potevo farlo perché avevo bella presenza, dialettica, ironia, perché ho giocato ad alti livelli e ho fatto gavetta. E infatti per i primi cinque o sei anni le cose sono andate benissimo. Poi un giorno questa maledetta malattia che ti annienta ha preso il sopravvento. Non puoi più guidare il gruppo, non sei credibile».
Come lo guidavi il gruppo?
«Ho preso di petto campioni come Gentile, Antognoni, Passarella, Galli. Mica ho insegnato loro a giocare, ho detto come avrebbero dovuto vivere la settimana. E mi sono fatto subito dei nemici. Ma dovevo farlo. Ti devono odiare, ma nel momento in cui ti odiano ti rispettano. E alla fine ti ammirano. Gentile, ex gobbo, pensava che lo non facessi giocare nella Fiorentina per il mio passato nel Toro. E non mi parlava. Tempo fa era in ritiro con l’Under 21 a Grosseto, mi telefonò per invitarmi. Andai, mi abbracciò, mi chiese scusa. Disse che aveva sbagliato tutto e che ora mi capiva. Ora».
È corretto dire che ti piacerebbe allenare ma non puoi per rispetto della professione?
«Sì, certo. Quando la mattina mi alzavo e mi presentavo alla squadra mogio mogio io facevo danni. Ho scelto la vita».
Ne hai avute altre, di vite. Come opinionista televisivo. Come nacque questa cosa?
«In radio insieme ad Ameri, ai Mondiali 90. Poi passai alla tv. Tito Stagno mi disse che avrei potuto dire quel che volevo. Non tutti la pensavano così. Ma io non ho mai fatto polemica tanto per fare. A Matarrese chiesi per quale motivo non fosse con la squadra impegnata in una partita decisiva per gli Europei, e lui disse che non era venuto per rispondere. Cosa avrei dovuto fare? Gli chiesi cosa c’era venuto a fare in tv».
Gianni Mura su Repubblica ha invocato il tuo ritorno come opinionista.
«Sì, ho letto. Perché quelli di ora non sanno cosa dire, usano termini assurdi, il piattone, le ripartenze, il no-look. O il giro palla, cosa che io avevo da piccino a un testicolo. Ora quando guardo le partite spengo l’audio».
Non salvi nessuno?
«No. Sono tutti scarsi, non hanno ritmo, vogliono fare i protagonisti. Rompono i coglioni per 90 minuti. Rimpiango Pizzul, Ameri, Ciotti, De Luca. Ma questi chi sono? Uno parla inglese, l’altro urla, poi c’è la bellona che accavalla le gambe…»
Ma torneresti a fare il commentatore?
«No. Non posso. Come faccio ad andare a Roma o a Milano? Ho 74 anni, devo prendere le pasticche per l’umore, non ce la faccio più. Non sono andato nemmeno all’inaugurazione del Filadelfia».
Babbo, zio e nonno di calciatori. Nilio, tuo figlio, ha girato mezza Italia nelle giovanili e poi ha giocato anche nel Piombino.
«Bravo come calciatore ma non aveva temperamento, Nilio è troppo buono».
Poi c’è un certo Andrea Luci, capitano del Livorno.
«Sì, cugino di mia moglie. Un ragazzo d’oro, a Livorno giustamente lo adorano».
E infine il nipotino, Alessandro Raimo.
«Il gobbo. Ora gioca con la Massese, è tutto contento perché c’ha la maglia bianconera…»
Vai spesso a vedere il Piombino?
«Sì, e mi si spacca quel poco di cuore che mi rimane a vedere il Magona in quelle condizioni. Lessi la lettera del capitano Luca Gherardini. Bellissima. Sento tanti discorsi ma lo stadio è sempre peggio. E se non hai uno stadio non puoi pensare di salire di categoria. Va bene questa, l’Eccellenza è alla portata di questa città. E meno male che c’è un gruppo di ragazzi del posto che sanno giocare e amano la maglia. Ma dopo di loro?».
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