Il Tirreno

Aria di vendetta alle Sughere, trasferito a Pisa il killer di via Ferrer

di Alessandro De Gregorio
Marco Longo
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Marco Longo

Diventato troppo rischioso il carcere livornese. Longo era finito nel mirino di molti magrebini

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PIOMBINO. Tirava una brutta aria alle Sughere. Molto brutta. Per questo da alcuni giorni il trentatreenne Marco Longo è stato trasferito dal carcere livornese a quello pisano del Don Bosco. Non è in isolamento ma in una cella con altri detenuti. Detenuti italiani, non magrebini. Perché alle Sughere il suo problema era questo: gran parte della popolazione carceraria è formata da detenuti marocchini, algerini e soprattutto tunisini come Fadhel Hamdi, il trentaduenne ucciso da Longo un mese fa. Radiocarcere per queste cose è assai efficiente, da sempre, e le modalità dell’omicidio avevano destato impressione sia al di qua che al di là delle mura dell’istituto di pena.

Insomma Longo, sin dal primo giorno in cui era stato portato in cella, aveva trovato condizioni ambientali molto a rischio. Si sentiva nel mirino. Lui ne aveva parlato con la famiglia e con il suo difensore di fiducia, l’avvocato Giovanni Marconi. E così era stata presentata la richiesta di trasferimento, accolta in questi giorni dal Provveditorato regionale del Dap.

Ora Longo è dunque a Pisa, in attesa che si concludano le indagini e cominci il processo. Al momento, sia accusa che difesa sono in attesa che vengano depositate le relazioni del medico legale e del perito balistico. Il primo, il dottor Marco Di Paolo, dovrebbe comunicare proprio nei prossimi giorni le conclusioni dell’autopsia condotta un mese fa. Il secondo, Paride Minervini, aveva già fornito un primo rapporto sui tre proiettili sparati dalla pistola di Longo, spiegando come fossero stati modificati per aumentarne l’efficacia. La perizia balistica definitiva è attesa a breve, anche in questo caso si parla di pochi giorni.

Quindi all’inizio del nuovo anno sul tavolo del sostituto procuratore Fiorenza Marrara potrebbe esserci tutto quel che serve per chiudere le indagini e chiedere il rinvio a giudizio di Longo. Su quel tavolo peraltro c’è la cosa più importante, la confessione resa dal vigilante. Ma per ricostruire con precisione il puzzle, per rimettere ordine nel caos generato da ogni crimine, ci sono ancora alcuni pezzi da trovare e da collocare al posto giusto. Sono pezzi che non spostano certo l’asse della responsabilità ma che possono giocare un ruolo decisivo nella valutazione della pena.

Per esempio, il silenziatore. Si è detto che Longo ha usato un silenziatore artigianale per la sua Beretta 7.65, magari costruito con pezzi di armi giocattolo (tra le sue passioni c’era anche il softair). E questo lo si desume anche dal fatto che l’omicidio è avvenuto in piena notte senza che nessuno nel palazzo di via Ferrer abbia sentito sparare. Una deduzione, quindi: ma al momento il silenziatore non è stato trovato. La perizia balistica potrebbe sopperire anche a questa carenza, ma è chiaro che la difesa vi punterà molto perché, come ha già preannunciato l’avvocato Marconi, la sua equazione è: niente silenziatore uguale niente premeditazione. A sua volta il pm Marrara ha già fatto capire che il problema è facilmente superabile dalla dinamica, dalla ricostruzione e anche dalla personalità dell’indagato. L’accusa è pronta a dimostrare che Longo quella sera è uscito di casa con l’intenzione di uccidere l’amico. Non solo: inizialmente si è parlato di un motivo banale, di una precedente lite fra lui e Hamdi per un telefonino che il tunisino si era ripreso a compensazione di un debito di circa 600 euro non pagato da Longo. Ma ormai gli investigatori si sono fatti un quadro preciso: per loro Longo cercava la droga, quell’eroina che in passato gli era stata venduta da Hamdi e che il vigilante avrebbe continuato a fumare, anche durante il lavoro. E magari anche quella notte tra il 20 e il 21 novembre.

Secondo la Procura, Longo venne a Piombino armato, deciso a tornare a Venturina con il telefonino e con l’eroina. Per questo, salito in casa di Hamdi, lo avrebbe prima minacciato con la pistola, poi incatenato a letto, picchiato e quindi ucciso con tre colpi di pistola. Il resto fa parte della stessa confessione di Longo: recuperata solo l’ogiva con cui gli aveva trapassato il cranio, il vigilante con un coltello e con la cover del cellulare aveva provato a estrarre anche le altre due rimaste conficcate nel torace. Poi la messinscena delle monete sugli occhi e l’incendio della casa, per cancellare le tracce. E il ritorno a casa, a Venturina. Da solo era partito e da solo era rientrato. Anche questo lo hanno appurato le indagini.

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