Il Tirreno

Traffico illecito di rifiuti perquisizioni in Aferpi

di Matteo Leoni
Traffico illecito di rifiuti perquisizioni in Aferpi

In campo Forestali e Guardia Costiera: 7 le aziende interessate, 13 le persone indagate Sotto esame i trasporti non autorizzati di scaglie di laminazione, carbon fossile e coke

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PIOMBINO. Rottami ferrosi e scarti legati alla lavorazione dell’acciaio: rifiuti speciali pericolosi, che per abbattere i costi di smaltimento venivano fatti passare per innocui, o addirittura come materie prime buone per essere vendute. Si tratta di materiali nocivi, che arrivavano anche dall’estero e venivano trasportati in giro per l’Italia, a bordo di tir assolutamente privi delle necessarie condizioni di sicurezza per movimentarli.

È il quadro, per nulla rassicurante, che emerge dall’inchiesta della Dda di Firenze, condotta dai carabinieri forestali con la collaborazione dell’Arpat che ha visto in campo anche la Guardia Costiera di Livorno. Risultano indagate 13 persone, accusate di associazione per delinquere e traffico illecito di rifiuti, e 7 aziende. Tra queste anche le acciaierie Aferpi di Piombino, colosso siderurgico già al centro di una crisi.

Gli uffici dell’Aferpi sono stati perquisiti tra la giornata di martedì e la mattina di mercoledì. Nei confronti dell’azienda, spiegano gli investigatori, la procura di Firenze procederà per i reati di traffico illecito di rifiuti costituiti da scaglia di laminazione, carbone fossile, coke e ilmenite.

Nel mirino anche altre aziende toscane, tra cui la Effemetal srl, con sede legale a Firenze e stabilimenti a Figline Valdarno, specializzata nel recupero, trasformazione e commercio all’ingrosso di rottami ferrosi, e la Effeservice srl, sempre di Firenze. Le altre ditte sono la Raggi Nefal della provincia di Frosinone, la Nefal Sel di Roma, la Com. Sato di Gragnano in provincia di Napoli e la Effe Due srl di Brescia.

Ma oltre all’Aferpi l’inchiesta ha toccato un altro colosso dell’acciaieria, l’Ilva di Taranto. Gli uffici dell’azienda, che al momento non è indagata, sono stati perquisiti ieri mattina alla ricerca di elementi di prova.

L’inchiesta, coordinata dal pm Giulio Monferini, viene portata avanti dai carabinieri forestali e dagli uomini della sezione di polizia giudiziaria dell’Arpat. Alle perquisizioni, che hanno riguardato complessivamente 35 siti, hanno collaborato anche personale della Capitaneria di Porto di Livorno e del Gico della Finanza, questi ultimi per quanto riguarda i commercialisti di alcune ditte coinvolte.

Molti degli accertamenti, che vanno avanti da anni, sono stati fatti sul campo, intercettando i tir che trasportavano abusivamente i rifiuti pericolosi. I rifiuti ferrosi o legati al comparto delle acciaierie venivano dichiarati non pericolosi per evitare i costosi trattamenti a cui avrebbero dovuto essere sottoposti. In alcuni casi si arrivava perfino a negare la loro natura di rifiuti, facendoli passare per materie prime secondarie o semplice merce, buona per essere venduta ricavando un guadagno. Spesso i rifiuti arrivavano anche dall’estero, per poi essere smaltiti illecitamente in Italia.

In questa fase delle indagini gli investigatori sono al lavoro anche per fare luce sui luoghi in cui poi venivano stoccati. Tra gli indagati ci sono i titolari delle aziende, ma anche figure di intermediari che avrebbero proposto alle ditte l’affare dello smaltimento low cost. Le persone al centro delle indagini sono attive nella province di Livorno, Firenze, Taranto, Brescia e Bergamo. Gente in grado di mettere in piedi un’attività seriale e abusiva di cessione, trasporto e ricezione di rifiuti speciali. In alcuni casi, con la complicità degli addetti agli impianti, i rifiuti pericolosi venivano miscelati e poi declassificati a semplice merce. In questo modo venivano trasportati su comuni tir, guidati da autotrasportatori sprovvisti dell’autorizzazione alla movimentazione di tali materiali. Alcune delle ditte avrebbero anche dichiarato operazioni di recupero mai effettuate.

Le indagini sono partite da lontano, dagli accertamenti sulla Ecofirenze srl, sequestrata nel 2014 in un’altra inchiesta della procura di Firenze.

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