Sicurezza
«Farò crescere nostro figlio lontano da qui»
di Alessandro De Gregorio
Parla Vivet Mone, l’ex moglie di Fadhel Hamdi «Non era un santo ma non meritava questo»
4 MINUTI DI LETTURA
PIOMBINO. Si sono conosciuti quando lei aveva 17 anni e lui 23. Si sono innamorati, hanno avuto un figlio, si sono sposati. Poi il matrimonio è finito, ma non il legame tra i due rappresentato dal bambino, e neppure l’affetto. Vivet Mone, 26 anni, non ha mai perso i contatti con Fadhel Hamdi, il trentaduenne tunisino ucciso nella notte tra lunedì 20 e martedì 21 nel suo appartamento di via Ferrer. Ucciso dal suo amico, la guardia giurata Marco Longo, 33 anni, di Venturina, per una questione di soldi e molto probabilmente di droga. L’eroina, il piccolo giro che Fadhel gestiva e che gli era valso anche il carcere, è stata il motivo principale della fine del matrimonio con Vivet. Lei non beatifica l’ex marito e non si lascia andare parlando del vigilante. Vivet pensa solo a portarsi via suo figlio per crescerlo lontano da qui.
Vivet, quando è stata l’ultima volta che vi siete sentiti con Fadhel?
«Poche ore prima che venisse ucciso. Lunedì sera, alle otto, mi ha telefonato dalla stazione di Campiglia. Mi ha chiesto se potevo andarlo a prendere. Gli ho risposto che stavo preparando cena al bambino, mi ha detto di non preoccuparmi che sarebbe venuto col pullman. Se lo avessi accompagnato io…».
Forse sarebbe andata nello stesso modo, perché lui sarebbe rimasto da solo a casa. Cosa ci faceva a Campiglia?
«Stava rientrando da Livorno, era dal suo avvocato Barbara Muceri. Il 14 novembre la sua sentenza di condanna era diventata definitiva ed era preoccupato per il residuo di pena da scontare».
Una condanna per spaccio.
«Sì. Due anni di reclusione».
Quanto aveva fatto di detenzione preventiva?
«Circa sei mesi tra carcere, domiciliari e obbligo di firma. In questi giorni era libero».
Longo ha detto che, una volta finito in carcere il suo amico, lui aveva cambiato vita.
«Questo non lo so. So per certo che a settembre, quando andai a riprenderlo all’uscita dal carcere, Fadhel ricevette un messaggio da Marco in cui Longo diceva di non poter più uscire e farsi vedere in giro con lui perché pregiudicato. Fadhel ci rimase molto male».
E dopo si sono più visti?
«Per me sì».
Eravate molto amici voi tre?
«Sì. Quando io e Fadhel ci separammo, un anno fa, Marco ci aiutò anche a fare il trasloco. A casa sua ci sono ancora molte cose di Fadhel. In quel periodo Marco era giù, anche lui si era separato e si sfogava spesso. Diceva di non capire perché la moglie lo avesse lasciato».
Marco comprava la droga da Fadhel?
«Sì. Ogni settimana gli lasciava i soldi e Fadhel gliela procurava. Poi so che smise di pagare».
Anche Fadhel faceva uso di eroina?
«Sì, la fumavano entrambi».
Ed era una situazione accettabile per una coppia con un bambino?
«No, ma infatti guardi io non dico che Fadhel fosse un santo. Non lo voglio dipingere così. Ma non meritava di morire. E certamente non meritava di morire così. Fady era un ragazzo che si arrabattava tra un lavoro e l’altro, faceva l’imbianchino quando lo chiamavano, ma per arrotondare spacciava. Non aveva mai grossi quantitativi, poca roba, giusto per campare. Ma non era una persona cattiva, tutt’altro. Fu lui stesso a dirmi che, per me e il bambino, era meglio se ci fossimo separati. E così abbiamo fatto».
Ma siete rimasti sempre in buoni rapporti.
«Splendidi. Lo abbiamo fatto per il nostro bambino, loro erano legatissimi. E poi anche per i miei genitori Fady era un figlio. Lui sognava di poter tornare a trovare la madre in Tunisia, ma non ce l’ha mai fatta».
Torniamo all’omicidio, a martedì mattina quando i vigili del fuoco hanno scoperto il corpo.
«Mia madre l’ha saputo dal fruttivendolo e mi ha telefonato. Mi sono precipitata in via Ferrer alle 11 ma c’erano i carabinieri, non mi volevano dire niente. Poi me l’hanno detto, quando mi hanno chiamata per interrogarmi».
La sera poi, come ci ha raccontato l’altroieri, Longo le ha scritto.
«Sì, mi ha chiamata ma non ho sentito il telefono. Quindi mi ha scritto il messaggio, alle 22,15. Eccolo qui, ve lo mostro: “ Vivet cazzo ho saputo cosa é successo...ODDIO! ti abbraccio forte condoglianze! Che mazzata!”».
E cosa ha provato quando ha saputo che era stato lui a uccidere Fadhel?
«Sconcerto. Rabbia. Un altro dolore nel dolore. Non voglio aggiungere altro perché penso anche alle sue, di figlie, e mi si stringe il cuore. Penso alla sua famiglia, distrutta come la mia».
Che spiegazione si dà?
«Per me cercava la droga».
Pensa che Longo non avesse davvero mai smesso con l’eroina?
«Io penso proprio di no. Ma è solo una mia opinione».
Che lei ricordi, Longo andava in giro armato?
«Non lo so, però la pistola ce la mostrava spesso. La smontava e la rimontava, voleva far vedere quanto era bravo».
Vivet, ha detto a suo figlio che il padre è morto?
«Sì, domenica. Ovviamente gli ho parlato di una malattia che ha portato suo babbo in cielo. Prima o poi scoprirà la verità e dovrò prepararcelo piano piano. Mi sono rivolta a una psicologa infantile che mi sta aiutando. E poi lo porterò via da qui».
Dove pensa di andare?
«Non lo so. Ho alcuni parenti in altre città d’Italia. Cercherò un lavoro e mi trasferirò con lui. Per mio figlio. Nostro figlio. Voglio che cresca lontano da qui».
Vivet, quando è stata l’ultima volta che vi siete sentiti con Fadhel?
«Poche ore prima che venisse ucciso. Lunedì sera, alle otto, mi ha telefonato dalla stazione di Campiglia. Mi ha chiesto se potevo andarlo a prendere. Gli ho risposto che stavo preparando cena al bambino, mi ha detto di non preoccuparmi che sarebbe venuto col pullman. Se lo avessi accompagnato io…».
Forse sarebbe andata nello stesso modo, perché lui sarebbe rimasto da solo a casa. Cosa ci faceva a Campiglia?
«Stava rientrando da Livorno, era dal suo avvocato Barbara Muceri. Il 14 novembre la sua sentenza di condanna era diventata definitiva ed era preoccupato per il residuo di pena da scontare».
Una condanna per spaccio.
«Sì. Due anni di reclusione».
Quanto aveva fatto di detenzione preventiva?
«Circa sei mesi tra carcere, domiciliari e obbligo di firma. In questi giorni era libero».
Longo ha detto che, una volta finito in carcere il suo amico, lui aveva cambiato vita.
«Questo non lo so. So per certo che a settembre, quando andai a riprenderlo all’uscita dal carcere, Fadhel ricevette un messaggio da Marco in cui Longo diceva di non poter più uscire e farsi vedere in giro con lui perché pregiudicato. Fadhel ci rimase molto male».
E dopo si sono più visti?
«Per me sì».
Eravate molto amici voi tre?
«Sì. Quando io e Fadhel ci separammo, un anno fa, Marco ci aiutò anche a fare il trasloco. A casa sua ci sono ancora molte cose di Fadhel. In quel periodo Marco era giù, anche lui si era separato e si sfogava spesso. Diceva di non capire perché la moglie lo avesse lasciato».
Marco comprava la droga da Fadhel?
«Sì. Ogni settimana gli lasciava i soldi e Fadhel gliela procurava. Poi so che smise di pagare».
Anche Fadhel faceva uso di eroina?
«Sì, la fumavano entrambi».
Ed era una situazione accettabile per una coppia con un bambino?
«No, ma infatti guardi io non dico che Fadhel fosse un santo. Non lo voglio dipingere così. Ma non meritava di morire. E certamente non meritava di morire così. Fady era un ragazzo che si arrabattava tra un lavoro e l’altro, faceva l’imbianchino quando lo chiamavano, ma per arrotondare spacciava. Non aveva mai grossi quantitativi, poca roba, giusto per campare. Ma non era una persona cattiva, tutt’altro. Fu lui stesso a dirmi che, per me e il bambino, era meglio se ci fossimo separati. E così abbiamo fatto».
Ma siete rimasti sempre in buoni rapporti.
«Splendidi. Lo abbiamo fatto per il nostro bambino, loro erano legatissimi. E poi anche per i miei genitori Fady era un figlio. Lui sognava di poter tornare a trovare la madre in Tunisia, ma non ce l’ha mai fatta».
Torniamo all’omicidio, a martedì mattina quando i vigili del fuoco hanno scoperto il corpo.
«Mia madre l’ha saputo dal fruttivendolo e mi ha telefonato. Mi sono precipitata in via Ferrer alle 11 ma c’erano i carabinieri, non mi volevano dire niente. Poi me l’hanno detto, quando mi hanno chiamata per interrogarmi».
La sera poi, come ci ha raccontato l’altroieri, Longo le ha scritto.
«Sì, mi ha chiamata ma non ho sentito il telefono. Quindi mi ha scritto il messaggio, alle 22,15. Eccolo qui, ve lo mostro: “ Vivet cazzo ho saputo cosa é successo...ODDIO! ti abbraccio forte condoglianze! Che mazzata!”».
E cosa ha provato quando ha saputo che era stato lui a uccidere Fadhel?
«Sconcerto. Rabbia. Un altro dolore nel dolore. Non voglio aggiungere altro perché penso anche alle sue, di figlie, e mi si stringe il cuore. Penso alla sua famiglia, distrutta come la mia».
Che spiegazione si dà?
«Per me cercava la droga».
Pensa che Longo non avesse davvero mai smesso con l’eroina?
«Io penso proprio di no. Ma è solo una mia opinione».
Che lei ricordi, Longo andava in giro armato?
«Non lo so, però la pistola ce la mostrava spesso. La smontava e la rimontava, voleva far vedere quanto era bravo».
Vivet, ha detto a suo figlio che il padre è morto?
«Sì, domenica. Ovviamente gli ho parlato di una malattia che ha portato suo babbo in cielo. Prima o poi scoprirà la verità e dovrò prepararcelo piano piano. Mi sono rivolta a una psicologa infantile che mi sta aiutando. E poi lo porterò via da qui».
Dove pensa di andare?
«Non lo so. Ho alcuni parenti in altre città d’Italia. Cercherò un lavoro e mi trasferirò con lui. Per mio figlio. Nostro figlio. Voglio che cresca lontano da qui».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
