Il Tirreno

Calenda: rottura definitiva con Rebrab

di Cristiano Lozito
Calenda: rottura definitiva con Rebrab

Non arrivano le garanzie promesse. «Stufo di essere preso in giro, via alle procedure legali per risolvere il contratto»

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PIOMBINO. Fra il Governo e Cevital stavolta è davvero finita. Il ministro Carlo Calenda dopo l’incontro di ieri col presidente Issad Rebrab e l’ad Said Benikene, ha dato mandato al commissario Piero Nardi di «dare avvio alle procedure legali per la risoluzione del contratto con Aferpi-Cevital».

È finito dunque il tempo del fioretto, dell’attendismo, del rimando per la necessità di verificare impegni presi sempre e solo sulla carta dal gruppo algerino. Ora si passa alla sciabola, a un contenzioso che dopo le minacce e le contestazioni di inadempienza degli impegni, diventa davvero tale.

«È la solita storia – ha detto Calenda ai sindacati uscendo dal Mise – e mi sono stancato di essere preso in giro». Nell’incontro di ieri, dunque, a cui ha partecipato anche la viceministra Teresa Bellanova, Rebrab e Benikene non hanno portato quelle garanzie annunciate il 31 ottobre, all’ultimo minuto dell’ultimatum fissato dal Governo. C’erano altri 20 giorni per mettere qualche contenuto in quegli scarni documenti che raccontavano dell’arrivo di nuovi soci arabi e cinesi, industriali e finanziari. Invece ieri non è arrivato nulla di nuovo.

Una nota del Mise dice infatti «che nessun progresso è stato fattivamente compiuto su tutti i fronti individuati dall’addendum». Ossia la ripresa dell’attività dei laminatoi, l’individuazione di un partner industriale o la presentazione di un valido piano industriale.

La decisione del ministro peraltro non chiude certo la vicenda ma apre una fase nuova, lunga e dall’esito imprevedibile se il Governo, nel breve periodo che separa dallo scioglimento delle Camere, non rafforzerà la decisione di avviare formalmente il contenzioso legale con un atto in grado di togliere il controllo dello stabilimento a Rebrab e avviare un nuovo commissariamento della ex Lucchini.

Calenda ha annunciato ai sindacati una convocazione per i prossimi giorni per fare il punto, ma in Fim, Fiom e Uilm è ormai radicata la convinzione che solo un decreto sullo stile di quello usato dal Governo per l’Ilva di Taranto ai tempi dei Riva, possa rimuovere questa situazione di stallo. Con la consapevolezza che lo scorrere del tempo può essere letale per la stessa sopravvivenza dello stabilimento piombinese.

All’uscita del Mise Rebrab e Benikene non hanno rilasciato dichiarazioni. Prima di entrare in un hotel di fronte al Mise fischi e cori nei confronti del patron di Cevital sono arrivati da parte della delegazione sindacale che si era radunata davanti al ministero.

In precedenza le rsu di Fim, Fiom e Uilm avevano fatto pervenire al ministro una lettera in cui chiedevano a Calenda di chiudere definitivamente l’era Cevital: «Bisogna mettere fine a questa grottesca vicenda dettata da un imprenditore dello zucchero – si legge nel documento – che da grande voleva fare il siderurgico e che si è rivelato uno speculatore finanziario».

Al ministro dello Sviluppo economico le rsu hanno chiesto anche «di accelerare i contatti con i soggetti siderurgici che si sono interessati a Piombino in quest’ultimo periodo», e che il Governo intervenga «per rilanciare rapidamente la siderurgia a Piombino che sarebbe condannata se dopo tre anni di immobilismo Cevital si dovessero anche attendere i tempi lunghi della burocrazia e della giustizia italiana».

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