Il Tirreno

Via Rebrab, ora sono tutti d’accordo

di Guido Fiorini

Romagnani (Fiom): «Il Governo garantisca la continuità produttiva e lavori per dare una prospettiva ai lavoratori»

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PIOMBINO. Piombino deve tornare a colare acciaio: lo ripetono tutti, in una sala del Phalesia neppure troppo affollata.

E lo ripetono soprattutto per farsi coraggio, anche se poi le posizioni sono diverse e non sono mancati i momenti di tensione. È una richiesta, ma è anche una speranza, o forse solo un sogno, vista la situazione.

Determinazione e scoramento si abbracciano come nel capolavoro di Hayez, perché a meno di 15 giorni dalla “dead line”, fissata al 31 ottobre, nessuno sa ancora cosa potrà accadere.

Ora però, due anni e mezzo dopo, su una cosa tutti sono d’accordo, sindacati, Camping Cig, Amministrazione, opposizione, la politica in generale: va superata l’era Rebrab. Qualcuno lo diceva da tempo, ma poco conta, ormai, perché in qualche modo bisogna andare avanti: con gli ammortizzatori, indispensabili come Caronte per traghettare verso una soluzione, con l’intervento dello Stato per far ripartire la produzione, magari anche con l’ingresso di Cassa depositi e prestiti nel pacchetto azionario di una nuova realtà siderurgica piombinese.

I 300 milioni che il Governo dovrebbe stanziare nel decreto fiscale per garantire la continuità produttiva alle aziende nelle aree di crisi sono un appiglio al quale aggrapparsi per trovare un nuovo imprenditore e tornare, appunto, a “colare acciaio”.

Lo dice con chiarezza David Romagnani, segretario della Fiom, gettando come un sasso sulla platea un’altra data, oltre a quella del 1° novembre: «Ci preoccupa il 1° novembre, giorno dal quale ancora non sappiamo cosa accadrà, ma ci preoccupa anche il 15 dicembre, 58 giorni da adesso, perché l’azienda ci ha fatto sapere che ha i soldi per pagare gli stipendi solo fino ad allora. Certo siamo ad uno spartiacque netto e non ci interessa che qualcuno ora ricordi “io l’avevo detto”. Non ci aiuta. Una cosa è sicura, in due anni e mezzo Rebrab non ha fatto niente e ora tiene in ostaggio un territorio».

Gli scenari, infatti, sono diversi. E non tutti alimentano la stessa speranza: «Sul tavolo del ministero sappiamo che c’è una lettera con una proposta di un gruppo industriale, ma per ora non si trova un accordo. Noi chiediamo che il Governo torni a prendere in mano l’azienda e, in questo senso, i 300 milioni previsti nel decreto fiscale sono un’occasione. E deve farlo facendo ripartire la produzione, con lo stesso commissario, in attesa che si palesi questo nuovo imprenditore, per tornare a colare acciaio. La sola laminazione non è una soluzione. Così Piombino muore, perché saremmo sempre dipendenti da chi l’acciaio lo produce davvero. In alternativa c’è il fallimento, ma si aprono scenari lunghi e pericolosi. Lo stesso con un contenzioso giudiziario. Non ce lo possiamo permettere».

Anche sull’Afo Romagnani dice parole chiare: «Prima che lo realizzassero in quel posto c’era l’erba. Se l’hanno fatto allora, non vedo perché non possano rifarlo adesso. Se è la condizione per tornare a colare acciaio, ben venga. Non ci prendiamo in giro, ci vuole equilibrio, ma solo con il turismo questa città non riparte».

Quindi, anche se nessuno sa ancora cosa accadrà dal 1° novembre, il sindacato pone sul tavolo richieste chiare: «Il Governo deve far ripartire la produzione, dare una prospettiva e mettere in campo gli ammortizzatori sociali che consentano di arrivare a quella prospettiva. Noi non chiediamo neppure i prepensionamenti, vogliamo il lavoro. Però devono mettere più soldi su questo territorio, anche per queste bonifiche che sono impastate nei tempi infiniti della burocrazia».

Sulla necessità di superare l’era Rebrab è d’accordo anche il Camping Cig che, con Alessandro Babboni, getta le prime accuse in una sala già elettrica: «La produzione è ferma, le bonifiche non si sa quando partiranno, non si vede una prospettiva. E dietro a questo disastro ci sono responsabilità precise. Prima di tutto quella del Pd, partito di governo a tutti i livelli, dal Comune fino a Roma. Per due anni e mezzo hanno raccontato una favoletta, una narrazione felice che ora è crollata come un castello di carte. E con il Pd anche il sindacato ha tenuto in piedi questa illusione, senza trasformare, come sarebbe stato giusto, il caso-Piombino in un caso nazionale. Solo la manifestazione, riuscita ma tardiva, del 29 giugno scorso ha smosso le acque. Ora il Governo mandi via Rebrab e prenda in mano la situazione, a noi non fa paura neppure la parola “nazionalizzazione”. Sull’Afo invece siamo contrari, perché una nuova siderurgia deve essere ambientalmente compatibile. E gran parte della città la pensa come noi».

Luciano Gabrielli, Mdp, ex segretario Fiom, lancia poi l’ipotesi, che sarà ripresa dal sindaco Giuliani, di far entrare Cassa Depositi e prestiti nella nuova società, mentre a disegnare la situazione attuale di Aferpi è Claudio Lucchesi, dal 2016 nella Rsu come Ugl: «Noi siamo fra quelli che siamo stati sempre definiti “gufi”. E serve a poco dire che avevamo ragione. Certo è che i due treni tve e tmp (vergella e medio piccolo, ndr) sono fermi da un anno e il treno rotaie va avanti a singhiozzo anche per deficit impiantistici. Intanto anche la rete commerciale sta venendo meno. Fra due settimane ci sarà un salto nel buio, tocca al Governo trovare una soluzione. E noi non siamo contrari neppure ai prepensionamenti, lo dico forte: tanto il lavoro per tutti i 2100 qui non ci sarà mai».

@guifiorini . ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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